La mostra di Nam June Paik è un evento di rilevanza nazionale, che consente al pubblico di conoscere più da vicino la genesi storica della video arte. L’esposizione considera però anche gli altri generi artistici con cui Paik si è misurato nel corso della sua carriera. A questo proposito sono stati coinvolti tre diversi curatori: Lucio
Tra video, video sculture, fotografie e installazioni, sono esposte circa un centinaio di opere, con ben sette ore e mezza di video cui si può accedere liberamente da una postazione interattiva a disposizione del pubblico realizzata dall’Accademia Internazionale Arti e Media.
All’inizio del percorso espositivo sono collocate le video sculture del periodo Fluxus, in cui Paik collaborò con la violinista americana Charlotte Moorman. A quest’epoca risalgono gli incontri con personaggi come Joseph Beuys, John Cage e George Maciunas . E’ anche il periodo dei primi esperimenti con la televisione, che spunta ossessivamente nei contesti più impensati, e delle ricerche sui linguaggi elettronici e le immagini in movimento. Così Paik inizia il gioco infinitamente produttivo, attorno a cui si articola la sua intera produzione artistica, di smitizzazione e decostruzione del mondo dei media e della tivù. Nei suoi lavori la loro forza è sapientemente smorzata e ridotta: Paik riduce televisori e oggetti elettronici a semplici cose utilizzabili, ricontestualizzabili in situazioni paradossali e inedite con saggia e pungente ironia.
Oltre a una serie di opere di grandi dimensioni, la mostra prosegue poi con una serie di 76 fotografie.
Il centro della mostra è però la sezione dedicata al video: un vero e proprio archivio sulla produzione recente e passata di Paik, con alcune documentazioni inedite di celebri performances.
Considerato il padre della video arte, già tempo fa Paik non esitava a definire questa forma d’arte nei termini di una sorta di componimento poetico. Come egli stesso afferma, il video non è che una specie tutta particolare di haiku per immagini: una poesia fatta di poche
E’ questo un profondo rimando alla cultura zen, che compendia gran parte della magica poetica dell’artista coreano: come avviene nella video scultura Buddha TV del 1996, dove Paik interpreta il satori buddista come quella condizione in cui il mondo si da in quanto metafora di sé stesso.
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maria cristina strati
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è la prima volta che vedo una foto del maestro. che ficata