Elogio del silenzio. Da gustare e goderne con religiosa gratitudine, dopo l’abbuffata pantagruelica nella vicina e rumorosa Manica Lunga. Così, nel bailamme di questa prima Triennale torinese, capitare al cospetto della colombiana Doris Salcedo (Bogotà, 1958) –già presente alla Biennale di Istanbul nel 2003 e ora qui in una mostra personale che occupa due sale del Castello– è come respirare una boccata d’aria. Ma un’aria greve, che si ritorce subito contro, azzerando ogni precedente immagine di saturazione per mostrarne, invece, violentemente, l’assenza. Che meraviglia e inebetisce finché non si avverte una sottile oppressione crescere e insinuarsi tra le pieghe dell’intelletto. Inducendo ad un rovinoso precipitare dello sguardo verso la ricerca di una salvifica via di fuga.
Si tratta di Abyss (2005), l’installazione muraria che occupa un’intera sala del secondo piano, configurandosi come il naturale prolungamento della gigantesca volta in mattoni sovrastante, solitamente, delle altrettante enormi pareti bianche. Ricoperte, per l’occasione, da una cascata di laterizi fino a toccare quasi il suolo, ma lasciando intravedere lo spiraglio luminoso delle finestre, seppur ferite. Un intervento che, a prima vista, potrebbe essere tranquillamente scambiato per un tipo di restauro integrativo, anche alla luce dei recenti lavori di recupero degli apparati decorativi interni di questo secondo piano, appena conclusi dal laboratorio Rava. Rendendo perfettamente l’idea di un luogo dall’apparenza innocua, che si precisa sempre più nel suo esatto contrario di pericolo imminente, pronto a calare come una scure sulle teste di ignare vittime-visitatori.
Ma è solo una sensazione, che trova il suo pieno compimento nei mobili cementati disseminati nella sala accanto. Forse il lavoro più intenso di Salcedo, e più vicino al suo ruolo di testimone delle violenze perpetrate ogni giorno nel suo Paese. Dove ha deciso di rimanere, per vivere e lavorare, in assoluta coerenza con la propria opera artistica. E conferendole, pertanto, una forte impronta etica e politica, di riscatto e risarcimento morale per tutte quelle persone rapite, torturate e uccise da squadre della morte, mercanti di droga o terroristi. “Quando una persona amata scompare –spiega l’artista- ogni cosa è impregnata dalla sua presenza. Ogni singolo oggetto ma anche ogni spazio è un ricordo della sua assenza, come se questa fosse più forte della presenza…Il segno del dolore è così profondamente iscritto nelle esperienze delle famiglie delle vittime che quello che io faccio è la trasposizione, quasi letterale, di questi sentimenti a uno spazio reale…L’esperienza deve essere portata in uno spazio collettivo per rendere pubblica una violenza privata.”
Così il suo assemblare sedie, armadi, cassettiere, prelevate spesso dalle case degli stessi scomparsi; il suo imprigionarle sotto una spessa coltre di cemento, diventa un atto di misericordia e insieme di denuncia. Per ricordarci che in fondo, vittime, lo siamo un po’ tutti.
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