Dipingere la semplicità non è un mestiere facile. Perché si rischia quell’immediato consenso, che a lungo andare potrebbe venir meno per la mancanza di un certo mistero, inevitabilmente connesso alla complessità. Soprattutto quando questa, senza ulteriori fini che non siano l’esercizio gratuito di stile, è esibita come un trofeo di cui vantarsi e su cui adagiarsi in via definitiva. Fortunatamente tutto ciò non riguarda il “giovane” Francesco Tabusso (Sesto San Giovanni, Milano, 1930), che alla complessità esibita contrappone una più profonda e radicata comprensione della realtà, seppur trasognata con naturalezza. Tabusso, nato nell’area del milanese un po’ per caso -come lui stesso dice- “perché la mamma in quei giorni si trovava lì”, si può ben definire torinese a tutti gli effetti, dopo sei decenni trascorsi a partecipare alla vita artistica cittadina. All’ombra, prima del maestro Felice Casorati e della sua cerchia di allievi (del quale si riconosce l’influenza nel ritmo compositivo, fatto di estrema verticalità, nell’opera del 1965 Sogno presagio), poi della gestualità informale approdata a Torino nella figura del critico francese Michel Tapiè. Che, con la sua teoria dell’art autre, è stato un attivissimo organizzatore di mostre internazionali negli Stati Uniti, in Europa e Giappone, tenendo sempre come base operativa proprio la città sabauda, dove nel 1956 aveva creato l’International Center of Aesthetic Research (ICAR), caratterizzato da un’esposizione permanente di opere di artisti informali e da mostre temporanee di alto livello, come quelle su Chagall, Miró, Picasso e Wols, Kline, Hartung.
Tutto ciò per dimostrare che Tabusso, nella sua perseveranza ad inseguire una figurazione ai limiti dell’infantilismo espressivo, ha sempre avuto ben presenti le sperimentazioni pittoriche del suo tempo, peraltro dichiarate nel catalogo di una sua mostra di qualche anno fa: “Negli ormai lunghi anni di pittura mi sono accostato varie volte ai pittori più disparati, ho cercato di apprendere la loro lezione; lezioni da Ensor, Permeke, da Shan, da Tapies, Burri, Morlotti, e perché no, lezioni anche dalla pop-art”. Senza però perdere mai di vista quel suo personalissimo candore e incanto per i piccoli accadimenti della vita, frutto di una sensibilità tenace e ricettiva, capace di mettere d’accordo critica e pubblico. Ecco perché questa rassegna di oltre cento opere (dagli esordi nel 1947 fino ad oggi), voluta dall’ALPGAMC (Associazione Ligure Piemontese Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea) per celebrare Francesco Tabusso – Pittore di Torino, si propone come la prima vera antologica di -per citare il curatore Elena Pontiggia- “uno straordinario narratore di fiabe”. Ma che genere di fiabe? Quelle “in cui l’artista, ponendosi dal punto di vista dello stupore” -continua la Pontiggia- “racconta la propria terra, le proprie esperienze, i propri sogni”. E così le montagne e i prati della Val di Susa, il mare della Liguria, i volti di contadini dalle mani grosse e di “modelline” dai grandi occhi spalancati che spesso affollano il suo atelier, diventano un lungo canto d’amore, prima di tutto verso se stesso e il mondo che si è affettuosamente costruito.
Poi nei confronti della gente comune che lo segue già da molto tempo, da subito in grado di percepirne la ricchezza interiore, ripetuta con tutta onestà sulla superficie di una tela. “Lui che i suoi quadri li deve sentire dentro” -spiega l’altro curatore Gianfranco Schialvino- “E da dentro gli devono uscire, talvolta meravigliosi, altrove un po’ arruffati, sempre sinceri, coinvolgenti, spalmati di quell’aura che accompagna gli artisti eletti”. In tutta semplicità.
claudia giraud
mostra visitata il 17 marzo 2007
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Attraverso voi ho rintracciato un'opera di Tabusso "Pittrice con modelline" che amo molto: delicata e dolce.
Grazie.
E' possibile acquistare il catalogo della mostra, che purtroppo non ho visto? Grazie
Angela Maiello