Le fotografie esposte sono il risultato di una sorta di riproduzione della realtà in una messinscena operata dall’artista. I soggetti rappresentati sono infatti tutti manichini e sono insieme soggetto dell’azione e oggetto di manipolazione, attori di una rappresentazione e cose inanimate e manovrabili. A rafforzare la silenziosa teatralità dell’esposizione, le immagini si susseguono
L’occhio della fotografa torinese agisce qui in modo simile a quello del bisturi di un chirurgo, che indaga la realtà e la scompone nelle sue parti portandone alla luce gli imprevisti sottintesi. Ma, a differenza di quanto può apparire a un primo sguardo, l’operare chirurgico del fotografo è molto più radicale, poiché investe il reale nella sua totalità, lo ricostruisce e lo trasforma in pura artificialità scenica. L’artificialità è esaltata alla massima potenza: l’opera nasce da una ricostruzione precisa ed elaborata, alla fine della quale il reale si confonde quasi del tutto con l’universo immaginario e illusorio dell’espediente scenico.
Pure ricorrendo a oggetti inanimati, e sistemandosi sapientemente sul confine tra materia e vita, l’agire del chirurgo-fotografo espone insomma tutto il reale, fino ai suoi aspetti più reconditi e segreti, lo porta in superficie e lo rende superficiale, nel senso rigidamente letterale del termine. Attraverso le immagini lo sguardo dello spettatore indaga profondità altrimenti nascoste, che perdono così il loro spessore, la loro aura di mistero per trasformarsi in oggetti e cose destinate alla consumazione visiva. O addirittura spia questo procedere d’indagine e messinscena.
Così la dimensione privata di vissuti ed esperienze si perde a favore del pubblico, della pubblicità della sua esposizione agli occhi di tutti: fino a rendere
Ciò che ne risulta non ha solo un significato estetico, ma è anche e soprattutto una messa a fuoco di alcuni aspetti particolari della realtà, un’interpretazione del mondo diventato immagine nell’epoca moderna e postmoderna.
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