“Vedrete gli orrori di un luogo remoto/Incontrerete faccia a faccia/Gli architetti della legge/Vedrete lo sterminio di massa/In proporzioni mai viste/E tutti quelli che ci hanno dato dentro/Per farcela/La direzione è questa, entrate” (Atrocity Exhibition – Joy Division – Closer – 1980). Pura poesia in forma di musica dark/punk che, ispirata all’omonimo romanzo di James G. Ballard, non avrebbe certo sfigurato nel ruolo di supporto sonoro a questa nuova mostra di Andrea Chiesi (Modena, 1966). Se solo ci fosse stata, la musica. Ma osservando i suoi recenti e grandi oli su lino se ne può comprendere la ragione. Perché il silenzio, internamente evocato dalle ben note strutture industriali, come dalle scritte lapidarie di epoca fascista, sembra richiedere uno spazio muto intorno a sé. E questo nonostante tutta la sua arte si sia sempre nutrita al cospetto del suono. A partire dalla sua formazione nel mondo musicale underground della controcultura emiliana degli anni Ottanta, dove l’artista ha imparato a sentire la vita per ciò che è. Senza un senso. Con quello stesso disincanto che lo ha portato ad amare i Joy Division del compianto Ian Curtis, ai quali dedica oggi il titolo di copertina, in omaggio alla loro personale storia e come tacito invito a riflettere sull’allusivo significato del fatto di chiamarsi così.
La divisione del piacere fa infatti riferimento alle baracche femminili nei campi di concentramento nazisti, adibite a bordello dei gerarchi. Un nome che valse al gruppo musicale inglese l’accusa di ideologia nazista, peraltro mai smentita né confermata dai diretti interessati, come ricorda il curatore Luca Beatrice. Che nell’intervista a Chiesi, riportata in catalogo, sembra paventargli lo stesso rischio di scarsa chiarezza di posizione.
“Forse perché spesso l’ambiguità e la provocazione (pensa ad esempio all’ambiguità sessuale del glam rock o alle svastiche ostentate dai punk) fanno vendere più dischi” –azzarda l’artista modenese– “La mia idea è un sincretismo tra ideali socialisti e libertari, se ce ne fosse bisogno lo chiarirei”. Nessuna celebrazione del nazismo allora -per Curtis- come nessuna apologia del fascismo ora -per Chiesi- ma piuttosto un loro richiamo alla memoria storica, proprio per condannare quei tragici avvenimenti. E per isolarne, nel caso del nuovo ciclo di dipinti intitolato Tempo, il carattere di forte identità nazionale –“nel bene e nel male”– emanato dall’architettura di regime. Dominata da quella stessa idea di ordine, pulizia e rigore che anima da sempre la sua pittura metallicamente argentea. Precisa, razionale, ma silenziosamente antiretorica che, dalla rielaborazione in chiave mentale di fatiscenti complessi industriali, si avvia adesso ad indagare le iscrizioni incise o apposte sui palazzi pubblici del ventennio. Un monito dalla storia passata per quella futura oppure un modo per riscattarne l’esistenza? “Se vengono isolate e decontestualizzate dall’edificio si prestano ad altre interpretazioni, si separano dal loro significato e dalla loro funzione originaria. La scritta dipinta nel quadro è fuori dal tempo e acquista una nuova storia, una nuova vita”. È quanto chiarisce, sempre in catalogo, Chiesi a Beatrice, che conclude così il suo ciclo 3pittori3 (con Paolo Maggis prima e Roberto Coda Zabetta poi), dedicato alla pittura italiana contemporanea.
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claudia giraud
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POSSO SOLO DIRE TERRIBILE!!!!!!!!!!!!!
...e posso solo darti ragione!