Capita quasi sempre che si invochi, nei casi di mostre dedicate ad artisti scomparsi da qualche tempo, l’attualità del loro lavoro. Ovviamente, il più delle volte non è altro che un espediente retorico, necessario per far digerire qualcosa che con l’oggi non ha nulla a che fare.
L’attualità di Luigi Ghirri, sottolineata da Elio Grazioli nel testo che accompagna la bella mostra da lui curata negli spazi della galleria Francosoffiantino, è invece una realtà tangibile, concreta: e lo dimostra il fatto che la si respiri non solo nella mostra, ma anche fuori di essa, evocata da Paola di Bello (un’altra fotografa) e Dario Voltolini (uno scrittore) nell’interessante conferenza di presentazione del lavoro su Mirafiori realizzato dalla prima in collaborazione con il collettivo a.titolo; o ripresa da Piero Cavellini nei testi che accompagnano Contempor’art, la mostra da lui curata in occasione della Biennale della Fotografia di Brescia.
L’attualità di Ghirri si fonda, certo, nell’attualità di certi suoi temi, come la mappa e l’Atlante, e in quella del suo sguardo sul mondo, capace di rivelare il mistero dell’angolo più ordinario, del paesaggio più comune. Ma sta, sopratutto, nel suo appartenere completamente al proprio tempo, e insieme nel suo averlo attraversato in maniera discreta, senza mai riconoscersi in alcuna scuola e in alcun credo. Nel suo intuire la forza straordinaria di alcune immagini trasmesse dai mass media (come quella, epocale, dei primi passi dell’uomo sulla Luna, da lui considerata “la prima fotografia del Mondo”); e nella sua capacità di riconoscere la realtà assoluta dell’immagine riprodotta, sia essa una rappresentazione illusiva, convenzionale o simbolica.
Ma in Ghirri questa intuizione va ben oltre la tradizionale presenza del quadro nel quadro, dell’immagine al quadrato: e se nelle Still Life (1978-1979) la mappa si interseca al paesaggio reale, nella serie Atlante (1973) lo sostituisce completamente, senza per questo rendere meno appassionante il viaggio compiuto dall’artista: un viaggio tutto mentale, che attraversa gli oceani e i deserti nello spazio di una carta o nel raggio di un mappamondo. Ma non per questo astratto e freddo come il pensiero, bensì affascinante e poetico come può essere la cronaca di un viaggio reale, o il racconto di un itinerario fantastico; anche se, a differenza di questi, disilluso, perché “le isole felici… sono state tutte descritte, e la sola scoperta o viaggio possibile sembra quella di scoprire l’avvenuta scoperta.”
Allo stesso modo, quando si sofferma sulla pittura da baraccone o su datate scenografie del divertimento (Il paese dei balocchi, 1974), l’occhio di Ghirri non ha mai un approccio puramente documentaristico: e l’immagine che altri tradurrebbero in una semplice illustrazione di costume diventa nelle sue mani -come dice lui stesso citando Giordano Bruno- un enigma da risolvere col cuore.
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