Secondo la teoria cosmologica di Pitagora il moto dei pianeti produce un suono detto armonia delle sfere, a cui l’orecchio umano non è più sensibile. A questa teoria s’ispira il lavoro di Daniela De Lorenzo, artista fiorentina che espone per la Galleria di Antonella Nicola una serie di sculture e lavori fotografici.
La mostra ruota intorno al lavoro Harmonica: è una grande scultura in feltro, una sorta di abito deforme appeso al soffitto, che si muove oscillando su se stesso e seguendo le sollecitazioni (in)volontarie dei visitatori. Proprio come i pianeti di Pitagora, la scultura genera un suono: è il rumore di palline da biliardo che urtano l’una contro l’altra, nel corso di un gioco improbabile e senza giocatori, che si diffonde nelle stanze della galleria. Tutta la mostra pare dipanarsi a partire da questa prima scultura: un abito fatto di pieghe continue, ripiegate su se stesse fino a deformare l’idea della stessa figura umana, come una domanda sospesa.
Paradossalmente, benché la struttura creata sia innaturale, essa genera una sensazione di eufonia piacevole ai sensi e alla percezione. Sono pieghe che si aprono e si sviluppano armonicamente secondo un movimento euritmico, un gioco quasi fine a se stesso. Ma nello stesso tempo si chiudono, si rendono impenetrabili alla comprensione puramente razionale, nascondendo il loro principio come la loro fine, come il rumore senza referenze logiche esterne delle palline da biliardo.
Il risultato è una struttura di pieghe infinite e perpetue, di cui pare impossibile scorgere il principio, l’inizio che ha generato il movimento: ciò che Deleuze (secondo il suo testo su Leibniz del 1988) avrebbe definito barocco. L’abito sospeso diventa così una sorta di metafora della persona e dell’anima umana. Come una monade senza porte né finestre, analoga all’interno di una piccola chiesa barocca, l’anima si apre e si chiude, nasconde al suo interno ombre, oscurità appena percepibili: appare un luogo dove è quasi impossibile scorgere immediatamente le sorgenti di luce esterna, che restano nascoste nel gioco delle pieghe e nelle sinuosità e spigolosità della costruzione.
Intervallo
Come nella simbologia medievale, la stessa dei tarocchi, la mostra si apre e si chiude con una figura appesa e capovolta: a indicare un ciclo concluso, un percorso portato a termine e insieme il senso di un cammino che si può percorrere nelle due direzioni, una costruzione e uno sviluppo infinitamente reversibili.
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