Se fai un lavoro di scenografo per gli spettacoli di una compagnia teatrale, sei spesso in viaggio e questo si riflette ed influenza il tuo operare artistico. Nei lavori di Patrizio Serra, esposti in questi giorni nella saletta espositiva della “Foresta di Sherwood”, ciò si evidenzia in maniera molto netta. Le immagini sono quelle di città che emergono dal buio della notte in un vorticoso balletto di luci e ombre, di scie luminose, di sagome scure e a volte minacciose di grandi edifici. Non sono paesaggi ma visioni. Flash back di luoghi incontrati durante un viaggio. Sono la parte nascosta dei luoghi intravisti, che si trasforma, elaborata dalla memoria, si mischia ad impressioni e sensazioni, si “contamina” con la visione personale delle cose e malgrado ciò, non condiziona la libertà di interpretazione di chi ne osserva il risultato finale.
Al centro della sala, solitaria e molto differente dalle altre per concezione, l’artista ha collocato un’opera del 1998. E’ un’installazione in cui alcune vecchie chitarre emergono da un supporto di legno, in uno strano intersecarsi di piani dimensionali. Intorno ad esse una selva di corde di ogni grandezza che, sollecitate, emettono suoni e note. Un’opera dalle molteplici valenze che si presterebbe benissimo, ad esempio, per una performance tra musica e pittura.
Una quarantina di piccole tempere adagiate su un tavolino, anch’esse visioni notturne, meno luminose ma forse più liriche dei quadri, completano il viaggio di Patrizio Serra.
Bruno Panebarco
Mostra visitata il 6.04.2001
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