Dopo un ciclo di opere ispirato a Teorema di Pasolini e Diritto del più forte di Fassbinder, presso la galleria Emily Tsingou di Londra, Dietmar Lutz (1968) si ispira ora ad alcune fotografie della sua adolescenza trovate nella casa di famiglia nella campagna del sud della Germania. La casa di villeggiatura spesso assume i toni emotivi dell’autentica dimora perduta: “è stata la mia vera casa” dice Lutz. La vita, dispersa nel commercio quotidiano con il mondo, si arresta sulla quieta assenza di qualsiasi attrattiva, impegno o distrazione, cui corrisponde un supplemento di natura nel quale “non c’è niente ma ci sei tu”.
Per la sua prima personale italiana, Lutz si ispira al primo romanzo di Thomas
La quiete dei luoghi è riportata dai colori autunnali e sbiaditi, contrastati da una pennellata mossa e sfocata, che mal si contiene nei contorni e nei limiti delle forme. Il gesto ampio e di getto manca il nitore e la distinzione: per questo nelle
In essa, come nel romanzo di Bernhard, un artista cerca rifugio dalla vita adulta e londinese; in una pittura che ripiega sulla dimensione originaria scorta in una natura lontana dai toni rasserenanti e neoclassici dell’Arcadia, e costituente invece una dimensione solitaria e malinconica. Quella di Lutz è una pittura franca, non concettuale, che vive della propria tonalità emotiva; è una breve panoramica sulla natura della memoria che si fa memoria della natura.
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