Passeggiare, letteralmente, sulle campagne cinesi. Calpestarne l’immagine di un bianco e nero baluginante, per effetto di un doppio strato di vinile e plexiglass posto a sua protezione. Merito di un allestimento particolarmente originale nel presentare la sezione dedicata agli scatti del fotografo Zeng Yi. Dove le sue foto rurali, incastonate nel pavimento, tracciano un dinamico percorso a scacchiera per offrire uno spaccato di Cina contemporanea. Della quale viene fornita una visione un po’ meno glamour rispetto alla generale tendenza che si riscontra nella pittura, protagonista indiscussa di questa collettiva itinerante tra Bologna, Padova e Torino. Una “pittura fotografica” –secondo la definizione del critico Shu Yang– che attraversa tutte le declinazioni della Pop Art fino a giungere ai confini del Medialismo. “Termine coniato dal critico napoletano Gabriele Perretta” –come spiega in catalogo Guido Curto, curatore della mostra insieme a Vittoria Coen– “per identificare quel gruppo di giovani artisti italiani che alla fine degli anni ’80 e nei primi anni ’90 avevano scelto di tornare alla pittura, attingendo spunti iconografici e stilistici dai mass media: fotografia, cinema, video, computergrafica, pubblicità, i fumetti e videogiochi”.
Col risultato di avvertire quella sensazione di affannosa ricerca di identità che tende a prendere in prestito dai modelli occidentali aspetti superficialmente estetici. Ma è pur sempre un inizio, se si tiene conto del recente passato culturale della Cina maoista, tutto teso all’obbedienza dei rigidi dettami del regime. Di quel Realismo Socialista dall’iconografia così adatta a farsi portavoce di un potere politico tanto soffocante. Mentre ora, almeno a partire dalla fine degli anni ’80, si può parlare della pittura cinese in termini di Realismo Intimista. Per la forte soggettività e per l’attenzione rivolta alla figura umana, colta molto spesso in un atteggiamento di pensoso spaesamento. Quello stesso disorientamento che sembra attanagliare le fumatrici di He Sen, ridotte a silhouette inconsapevoli sullo sfondo di una parete monocroma. Oppure le donne di Yang Quian che, dietro lo specchio appannato della sua pittura liquida e nebbiosa, si lasciano accarezzare da sguardi trepidanti e inappagati.
E dalle atmosfere sospese di hopperiana memoria si passa a quelle cariche di grottesca apatia delle maschere di Zeng Fanzhi, per il quale è fondamentale la deformazione del corpo. Ancora maschere, anzi mascheroni muliebri dalle tinte shock –quelli dipinti da Feng Zhengjie– sostituiscono il tradizionale faccione di Mao Tze Tung che ritorna, invece, onnipresente, sulle tele in bianco e nero di Shi Xinning. Lo stesso cromatismo condiviso da Li Songsong, ma in versione decisamente più materica.
In netta contrapposizione rispetto alle figure diafane di Wu Yiming, che recupera l’antica tecnica dell’inchiostro su carta di riso. E poi Wei Guangqing che Eleonora Battiston in catalogo ascrive al filone del cosiddetto Cultural Pop, per le “continue metafore e narrazioni tratte da antiche poesie e classici della narrativa”. Scrive Vittoria Coen: “La cultura cinese e l’arte cinese devono esser se stesse in un’identità che non è più quella della città proibita, ma nemmeno quella dell’omologazione passiva ad un nuovo che rapidamente invecchia”.
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