Durante i giorni di Vernice della Biennale un gruppo di giovani distribuiva tra Giardini e Arsenale cartoline e magliette. Dicevano: “l’arte non si trova sempre dove ti rechi a cercarla”. Penso a ciò mentre guardo queste associazioni, per me poco comprensibili, di volti sorridenti, pezzi di alluminio, suole di scarpe, sabbia, bancò e siccità che si compongono nelle foto di Marco Muntoni, fotografo dell’Associazione Scuola che da 15 anni aiuta le comunità di villaggio del Mali, nazione subsahariana tra le più povere del continente.
Questa mostra non è degli artisti presenti ma di quei meravigliosi ingegni e strabilianti scultori che sono i giovani malesi. Quando non vanno a scuola costruiscono i propri giocattoli con cui mimare evasioni e situazioni che di malese hanno poco. Le loro produzioni, sedimentate nel tempo in una tradizione ed una tecnica, utilizzano materiali di scarto, resti dei prodotti venduti dai pochi e spogli empori delle zone. Sotto abili mani un barattolo di latte
Dalle suole di scarpe davvero consunte (perché come dice Muntoni “nel Mali quando una cosa è usata, è davvero usata…”) traggono le ruote che girano in sintonia col volante sui modellini più curati, che poi sono venduti a turisti o associazioni per ottenere aiuti.
Questa è composta dalle foto documentarie di Muntoni e le elaborazioni artistiche di Mario Cresci e serve a finanziare un programma decennale di aiuto idrico ai malesi. Ma i veri capolavori sono i manufatti dei giovani artisti malesi, protetti in una teca. Si perché anche questa è arte, forse molto di più di tante altre. Sicuramente quei giovani non sanno nulla della grande stagione dell’Arte Povera, ma fanno arte povera autentica, che piacerebbe a Celant o a Merz.
Se l’arte ha a che fare con la trasfigurazione immaginifica del reale a partire da una energia psicho-fisica che vanta un gusto elevato per le forme, allora questi giovani
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