Il progetto realizzato dal californiano Martin Kersels (Los Angeles, 1960) per la galleria di Guido Costa –va sottolineato, si tratta di una produzione site specific, come non avviene spesso a Torino- è un gioco agrodolce. Lo stesso artista, presentando il lavoro, evoca le caratteristiche del vetro, “duro e fragile […]; delicato, ma può lacerare la carne […]. Può creare una sensazione di intenso calore, ma culturalmente è percepito come ‘freddo’”. Le antinomìe, ci ha insegnato Freud, non vengono risolte dialetticamente. In realtà, gli opposti generano un perenne dinamismo, un’oscillazione infinita, come un’analisi.
A partire da questo dato, il percorso di Kersels appare in tutta la sua coerenza. Gli esordi nel collettivo di performer Shrimps, fondato da Pamela Casey e Steven Nagler, con il quale ha lavorato dal 1984 al ‘93. In seguito, il suo lavoro si fa più individuale, con l’elaborazione di “performative objects” come Tumble Room (2001), complesso lavoro che affronta i temi della sessualità adolescenziale e della rappresentazione del corpo. Nelle opere più recenti, la dinamica non è più affidata al suono o al movimento, ma al carattere degli oggetti, al materiale, a una dimensione che potremmo definire “soft-conceptual”. Perché anche in ciò l’approccio di Kersels è palese. Il suo anti-autoritarismo non prevede lavori concettuosi, ma al contempo non si preclude ragionamenti coerenti e di grande impatto. Per certi versi –sicuramente anche per analogia fisica- può ricordare la novella Palma d’Oro di Cannes Micheal Moore.
I lavori trasformano la galleria in una caverna. I vetri, soffiati fra Murano e Damanhur, sono incastrati in supporti lignei che pendono dalle pareti o fungono da base sul pavimento, a simulare stalattiti e stalagmiti. Nella medesima ottica, a significare torce e punti luce primordiali, alcune forme vitree sono alimentate dal gas, mentre altri lavori a forma di mano reggono sul polso tozze candele colorate. La luce che si sprigiona, incerta e instabile, acuisce il senso di effimero dell’intera installazione. Ciò è acuito da alcune clessidre appese al soffitto, nonché da due lavori in vetro specchiato dall’interno: all’ingresso della galleria, un teschio costituito da decine di tessere a mosaico che ricorda l’effetto delle palle da discoteca anni ’70 e un precedente lavoro dello stesso Kersels, Fat Man (2002); voltato l’angolo, una figura che rammenta infantili pupazzi di neve.
In mostra anche un video nel quale Kersels re-cita le linee guida del progetto. In primis la dinamica che si instaura fra ordine e caos, poiché il materiale girato in bianco e nero, risalente a più di vent’anni fa e sprovvisto di ogni narratività, viene intercalato da immagini a colori di fiammiferi che vengono accesi e spenti, in modo tale che nasca una sorta di racconto. Inoltre, contando il numero di quegli stessi fiammiferi, si noterà che si tratta della serie Fibonacci: un palese omaggio a chi a Torino ne aveva fatto una cifra distintiva, l’immenso e compianto Mario Merz.
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