Un’opera d’arte non ha bisogno di essere realizzata. Niente tele né pennelli, è l’intenzione dell’artista che crea l’opera. Così recita uno dei noti statement di Lawrence Weiner (New York, 1942). 1. l’artista può costruire il lavoro 2. il lavoro può essere fabbricato 3. il lavoro non ha bisogno di essere costruito. Ognuna di queste possibilità si equivale ed è conforme alle intenzioni dell’artista la scelta dipende dal destinatario all’occasione del suo ricevimento. Insomma, è il pensiero che conta. Poi, se l’opera venga fisicamente creata o sia semplicemente una dichiarazione di intenti, poco conta. Weiner è uno dei classici dell’Arte Concettuale, alla quale il Castello di Rivoli dedica un ciclo di cinque mostre. Un movimento che spesso pone al centro dell’opera il linguaggio, tanto che i lavori esposti in questa prima personale sono costruiti di “linguaggio + materiali a cui è fatto riferimento”.
Prendiamo ad esempio Rimozione di un angolo da un tappeto in uso: nessun tappeto è esposto nella sala. Al suo posto, una scritta stampata a parete, come un suggerimento che non è stato colto. Un’altra parete è dominata dalla scritta In as much as…in as much as (Per quanto…per quanto…): una riflessione, una possibilità, un paragone, un dubbio amletico, la traduzione del mumble mumble dei fumetti? Qualsiasi interpretazione è possibile, perché è il fruitore dell’arte ad avere campo libero. Per Weiner infatti è centrale il ruolo di chi “riceve” l’arte: lo è anche nell’opera che l’artista ha realizzato appositamente per il Castello di Rivoli. Collocata nello scalone centrale, prende spunto dalla possibile esperienza del visitatore, che percorrendolo raccoglie spunti e frammenti di opere esposte e nella sua mente li rende un’esperienza unitaria. Una forma elicoidale che procede a ritroso, iniziando dalla conclusione: “fatta per creare una scintilla”.
L’ignaro visitatore, salendo le scale, legge una serie di proposizioni, fino ad arrivare ad “una leggera pioggia, catturata”, cercando di dare un senso a ciò che legge. Ma le interpretazioni possibili sono molte, potenzialmente infinite: suggerisce forse il percorso dell’acqua, o una visione casuale che induce la scintilla dell’arte, per lo spettatore o per il creatore, un ciclo vitale che si ripete? L’artista è ben lontano dal volercelo spiegare, anzi probabilmente si diverte alle nostre interpretazioni. Lui ci mette il pensiero tradotto in parole, lo spettatore ci mette interpretazioni, spiegazioni, percorsi mentali.
È il bello dell’Arte concettuale. Dopo Weiner, il gioco non si interrompe: l’11 aprile ha inaugurato Susan Hiller, il 29 Dan Graham, per proseguire con il big Joseph Kosuth (16 maggio) e Joan Jonas (30 maggio), alternando artisti di diverse generazioni. Le mostre vanno in crescendo, chiudendosi poi tutte assieme il 30 luglio, e al termine della manifestazione alcune opere entreranno a far parte della collezione del Museo.
paola sereno
mostra visitata il 9 aprile 2006
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