Ci aveva abituati alle sue installazioni interattive, ambienti complessi in cui penetrare e interagire con una natura artificiale, sensibile al nostro tocco e alle pulsazioni vitali dello spettatore. Con Il giardino di Dioniso, la nuova serie di opere presentate dalla galleria Biasutti & Biasutti di Torino, Piero Gilardi ritorna alle modalità dei suoi esordi poveristi, con una serie di tappeti natura in poliuretano espanso. Ma lo fa senza alcuna nostalgia, e senza la stanchezza tipica di una ripetizione volta a blandire il mercato, attraverso opere vecchie di quarant’anni eppure assolutamente nuove nelle modalità messe in atto e nelle problematiche sollevate.
Nei tappeti del 2003 Gilardi riprende il tema della vigna , al centro di una importante installazione del 1989, la Vigna Danzante (Inverosimile). L’uva, presente in tutte le opere in mostra, è ovviamente il dionisiaco, la vitalità della natura; ma rappresenta, insieme, la sua teatralità, che è finzione e ostensione. Già a partire dal soggetto, si ripropone dunque l’ambiguità che soggiace a tutta l’opera di Gilardi, che si muove tra ricostruzione fedele e ‘cosmesi’ esibita, etica ecologista e ‘amoralità’ della menzogna, bellezza della natura e artificialità kitsch della sua ricostruzione. La vitalità della natura, nota Bonito Oliva nel testo in catalogo, si smorza nella morbidezza della gommapiuma, atona sotto la splendida orchestrazione di colori che la ricopre, senza sangue e senza linfa. Si tratta di ambiguità presenti anche nei tappeti degli anni Sessanta; ma se allora la ricostruzione sembrava mirare a una conquista effettiva della magia della natura attraverso materiali poveri, qui Gilardi sembra intento a denunciare la vanità di questo tentativo, come dimostrano l’eccessivo splendore dei colori e la chiarezza impeccabile della ricostruzione.
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