La fotografia di Carlo Valsecchi (Brescia, 1965) si sporge sul proprio limite, dice Marco Meneguzzo nell’introduzione al catalogo di una mostra presentata come “ideale compimento del ciclo dedicato ai Misteri dell’industria, già esposto in Italia e all’estero negli ultimi due anni”.
Questa ricerca sul limite forza il colore a slegarsi dall’oggetto per divenire se stesso, puro colore. Data l’assoluta impossibilità per la fotografia di avere del colore senza avere un oggetto, la tentazione di monocromia, di saturazione, che la pittura può raggiungere in un colpo di pennello, stimola Valsecchi a produrre una nuova serie di fotografie che esplorano la possibilità di opporsi alla visione corrente. Affinché il colore divenga un predicato senza soggetto della ricerca fotografica d’artista.
Ma vi è forse un altro limite su cui è esposta la fotografia di Valsecchi. Un limite spaziale e materiale. E’ un’àncora gettata in quel mondo reale dove il fotografo sperimenta visioni ideali; una dimensione operativa che ci porta dietro le quinte di
Su questo limite dell’immagine si defilano pochi occhielli della pellicola, stampati apparentemente per caso. In verità, possono aspirare ad essere il vero perno della visione su cui ruota la costruzione astraente di Carlo Valsecchi. Quando una curva di pochi colori appare come uno spicchio di arcobaleno algido o una gru da discarica emoziona come una Passione, la tenuta della realtà diventa problematica. In modo intelligente Valsecchi mostra insieme l’immagine e la propria origine, la visione astratta e l’oggetto ritratto. E il mistero dell’industria ancora una volta si fa mistero della fotografia.
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un dossier su Valsecchi
nicola angerame
mostra visitata il 18 settembre 2003
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