Si muove lentamente, con grazia. Davanti a lei, una serie di panni accatastati, dai colori vivaci: rosso, giallo, turchese, rosa, verde, arancione. Ne raccoglie uno, se lo avvolge attorno al corpo, avanza e fa lo stesso con l’altro. Poi lentamente inizia un processo inverso, svolge e riavvolge ancora. Vorremmo parlare di danza, ma quello che abbiamo sotto gli occhi sembra piuttosto lo svelarsi di un processo naturale, il liquefarsi di un blocco di ghiaccio, il fiorire e lo sfiorire di un fiore. Naturale e ineluttabile, puntigliosamente programmato ma sempre aperto all’imprevedibile. Imprevedibile che nasce, in questa performance, dall’eccezionale strumento che vive il processo, il corpo sinuoso di Junko Wada; allo stesso modo in cui, nelle installazioni che Hans Peter Kuhn (Kiel, Germania, 1952) presenta nella sua prima personale italiana, nasce dalla complessità dei processi innescati. Di cui possiamo comprendere le variabili iniziali, non certo le conseguenze.
Population (2000), per esempio, è un quadrato di cemento in cui sono incastonati, a distanza regolare, 49 piccoli altoparlanti in file di sette che emettono, a distanza di circa 20 secondi l’uno dall’altro, un piccolo gracidìo. Ma quel circa, inavvertibile all’inizio, a lungo andare crea una sorta di effetto spirale che porta i suoni a sovrapporsi, e a distribuirsi in maniera irregolare sulla superficie quadrata. Aus der Tiefe -letteralmente, dal di sotto (2003)- è invece un vasto letto di acciaio da cui spuntano come funghi 16 amplificatori, illuminato dall’alto da una lampada da camera operatoria. Dei suoni non udibili dall’orecchio umano fanno vibrare, secondo un ordine altrettanto programmato, la superficie delle casse: il risultato è una sorta di rumore
Infine, in Modul 1 – there is a space behind this… (2004), realizzato appositamente per la mostra, Kuhn assorda con la luce chiassosa di due file giustapposte di tubi fluorescenti, nascondendovi dietro uno spazio di cui, avvicinandoci, possiamo appena avvertire la grigia colonna sonora. Il gusto è minimale, la progettazione sofisticata, il risultato semplicissimo, come nelle grandi installazioni ambientali con cui Kuhn ha saputo trasfigurare il quartiere Marzahn di Berlino, il Pier 2 di Manhattan o le gru di Potsdamer Platz.
“Ciò che vediamo è ciò che vediamo e ciò che sentiamo è ciò che sentiamo e questi due aspetti opposti producono un unico inno”, ha scritto di lui Robert Wilson, con cui l’artista tedesco ha collaborato per anni e con cui ha vinto, nel 1993, il Leone d’Oro per Memory/Loss. Una tendenza alla sinestesia (attitudine principe delle mostre alla galleria e/static) che emerge con forza in questa mostra: in cui suona con la luce e genera spazi tramite il suono. E dà ai suoni un output visivo e scrive sinfonie di colore e di movimento.
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Hans Peter Kuhn
domenico quaranta
mostra visitata il 14 ottobre 2004
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