Carlo Giaccone vive a Torino. È il maestro di una scuola di arti visive che propone corsi sulle tecniche tradizionali e sulla pittura a china. Lunghi studi in Cina gli hanno permesso di sviluppare un pensiero teorico e pratico sui legami e le differenze che attraversano i due mondi, e di esprimersi attraverso un’arte che attinge da entrambi.
In questa piccola mostra alla Galleria Calandra, una sorta d’antologica in miniatura, il direttore Eugenio Marchisio propone una selezione dei lavori dagli anni Novanta, lasciando da parte quella serie di disegni d’impostazione prettamente cinese per mettere in evidenza le opere meno tradizionali dell’artista.
Sono dunque solo un paio gli inchiostri di china esposti in galleria: un piccolo quadretto all’entrata (Senza titolo, 2005) e un grosso rotolo verticale di carta di riso su cui è disegnata una forma stilizzata di “un seme che cresce” (tipico esercizio di pittura cinese). Nel primo caso, per chi conosce la pittura straordinaria del cinese esiliato in Francia Gao Xinjian (artista a trecentosessanta gradi: letterato premio Nobel, pittore, drammaturgo), l’associazione è immediata: sottili trasparenze di nero danno vita a figure astratte, vagamente antropomorfe che s’illuminano di bianchi candidi. È il risultato della ricerca sul vuoto, quello spazio attivo che motiva e struttura gran parte della cultura cinese.
Un trittico di paesaggi immaginari immerge invece in tutt’altro ambito. Le tonalità seppia (create dallo strato di mallo di noce) lasciano apparire fondi mossi da qualche tocco di colore puro e da una natura fantastica in cui l’artificio dell’uomo è appena percepibile. Sono così vicini all’estetica di Victor Hugo pittore che ci pare impossibile che Giaccone non ne conosca l’opera.
Ci domandiamo se non si tratti dell’effetto della Kunstwollen, quello “spirito dei tempi” che unisce artisti dalla sensibilità sopraffina, interessati, nel nostro caso, da una ricerca spirituale ai limiti dello spiritualismo. La grossa tavola Valle senza fondo, in cui il titolo si riferisce al modo cinese per indicare al di là, sembrerebbe confermarlo.
Benché la serie del 1990 di opere più figurative non si leghi con il resto della produzione e il trittico dei paesaggi immaginari sia sparpagliato su diverse pareti, la mostra di Carlo Giaccone è uno di quei piccoli eventi d’intensa bellezza da non lasciarsi sfuggire.
emanuela genesio
mostra vista il 24 marzo 2006
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Ma per favore!!!
Non si può dare spazio a queste provincialate... come pensate di fare un giornale serio così???
Mi spiace per Carlo Giaccone, ma dire che il suo lavoro può essere interessante è un insulto a tutta la storia dell'arte ed un insulto all'arte contemporanea.
E poi ci chiediamo perchè l'Italia non riesce ad inserire i suoi artisti nel mercato internazionale... certo che se, cadute le speranze nella categoria dei galleristi che pensano solo ad ingrassarsi, vi ci mettete anche voi... e poi ridete di Berlusconi???