Il lavoro artistico di Vecellio è permeato dalla ricerca pressante di motivazioni sul fare artistico e, come sottolinea Giorgio Maragliano nel suo saggio critico, l’interesse esclusivo che lo coglie per la logica formale nella seconda metà degli anni Ottanta è “retrospettivamente rivelatore”. In effetti, nei paesaggi fantastici degli anni Sessanta, nei labirinti e nelle città degli anni Settanta, così come nelle numerose finestre e nelle serie delle “A” e delle “X”, è rilevabile la costante presenza di un determinato nucleo formale, che si ripete con ossessiva tenacia.La ripetizione, la serialità quasi maniacali sono indice di un’affannosa ricerca di senso. L’energia indagatrice è già presente nelle sue prime creazioni di stampo surreale e soprattutto nelle successive rappresentazioni di città, viste come grandi organismi, in cui si susseguono iterazioni di cellule, di forme zoo- e biomorfe. Negli anni Ottanta la “cellula – unità di misura” di Vecellio si espande, diventa gesto. Nella sua pittura più sciolta, e anche più aggressiva, compaiono serie di “X” e di “A”.
Dopo una ricerca all’insegna della fantasia e dell’emozione, Vecellio cerca la sua sintesi nel mondo logico. L’approdo alla logica non significa l’apertura di un nuovo capitolo nel percorso artistico di Vecellio, ma è quasi una naturale conseguenza del suo ininterrotto indagare: la logica formale avrebbe forse potuto schiudere le motivazioni della sua arte e renderle accessibili anche agli altri. Vecellio ha continuato ad abbandonarsi al furore creativo e al “furore logico” muovendosi in un mondo che gli procurava disagio; la sua pittura è rimasta fino alla fine l’unico canale di comunicazione tra la sua persona e l’esterno che gli si addiceva.
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