Sono dieci le sculture di Simone Racheli (Firenze, 1966; vive a Roma), tutte recentissime, esposte a Rovereto. Il bianco delle pareti fa da sfondo, facendo risaltare il rosso disomogeneo che le accomuna e che ricopre la superficie plasmata con legno, cartapesta e cera. È il colore della carne e dei tessuti muscolari.
Sono oggetti d’uso quotidiano: una poltrona, un ferro da stiro, un appendiabiti, un asciugacapelli, un water, una bicicletta, una scopa, un frullino e un aspirabriciole. Ne riconosciamo senza esitazione la forma, estremamente familiare, ma s’insinua lo stupore di vedere, inaspettata, la carne, che ricopre completamente ogni oggetto. O che forse lo compone intimamente, dall’interno, e che l’artista scopre togliendo la pelle superficiale, solitamente fatta di plastica. L’oggetto urla così la propria, quasi umana, esistenza.
Sono esseri ripugnanti, ma che una volta presi in mano ritornano ad essere vecchie conoscenze. Vogliono così farsi sentire e rendersi più vivi di quello che sono. Come un demiurgo, Racheli getta nel mondo queste nuove entità, già presenti nel reale ma svelate nella loro mostruosa verosimiglianza.
L’artista compie un immaginario viaggio autoptico penetrando sotto la pelle degli oggetti e costruendo un’anatomia impossibile per ognuno
La ricerca di Racheli, con questi nuovi lavori, va infatti a posizionarsi in quella geografia post-umana tanto in voga nell’ambiente artistico quindici anni fa, quando Jeffrey Deitch coniò il termine con una storica mostra. Mutanti sono qui indissolubilmente sia il corpo che l’oggetto, fusi in nome della funzionalità, che li definisce entrambi come oggetti biotecnologici.
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