Contaminazione è la parola d’ordine -spesso abusata e inflazionata- di questa fine-inizio millennio. E’ mescolanza tra i ruoli, ad esempio di artista e curatore, tra le arti e tra gli spazi.
La Galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento ne ha fatto il suo motto, movendosi continuamente in questa direzione. Dall’inizio, due anni fa, della direzione di Fabio Cavallucci la struttura si è staccata da un’idea istituzionale di fare arte e –sicuramente anche per differenziarsi dal MART, ingombrantissimo vicino- si è lanciata in serate-evento, ampie collettive che debordavano dai suoi spazi, riviste e –a breve- sperimentazioni inernettiane. Ora quest’esperienza è sfociata nella serie di interventi in spazi urbani di Prove d’ascolto. Attacchi urbani per una civile convivenza.
Gli artisti internazionali invitati hanno lavorato a stretto contatto con la città, con le sue dimensioni e la sua storia. Silsey Xhafa ha realizzato una grande installazione luminosa
E la Galleria? Se l’arte si è espansa in città, la città si è appropriata della galleria. Il piano interrato è diventato infatti un locale notturno per tutta l’estate: ogni apertura è dedicata a incontri e discussioni, poi c’è da bere e buona musica. Non è un’iniziativa casuale però. Tutto è orchestrato da un veterano di queste operazioni: Rirkrit Tiravanija ha separato spazi dove rilassarsi su tappeti orientali e altri dove ballare in un Eden di alberi di mele. Una curiosità? Proprio queste sale negli anni ‘70 hanno ospitato l’Ufo, il primo locale notturno del tranquillo capoluogo.
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mariella rossi
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