Shadi Ghadirian, iraniana, è presente all’inaugurazione della mostra dal titolo Rosengarten-Golestan. Giardini di rose dall’antica Persia all’Iran di oggi , promossa dall’Assessorato alla cultura italiana della provincia di Bolzano e dedicata alla sua nazione. Molto raffinata, un viso levigato reso interessante dai profondi occhi scuri e il sorriso aperto, le labbra carnose.
Nelle sue immagini fotografiche dà luogo a una frattura nella dimensione temporale e ricrea un tempo lontano, cupo. E’ una realtà fatta di interni vissuti come prigioni, di veli per censurare ogni differenza. Protagoniste sono donne ritratte nelle posizioni statiche delle vecchie foto e le stampe dalla tonalità sabbiata sembrano consunte da decenni di storia.
I tuoi lavori hanno un impatto emotivo particolarmente forte sullo spettatore, questi ambienti di altri tempi, e la cupezza rimanda la nostra memoria a un momento storico che da noi fu definito il Medio Evo, con poche speranze per tutti, ma ancora meno per le donne. Il tuo è uno specchio di uno dei molti momenti che la storia vuole dimenticare, ce ne vuoi parlare?
Oltre alla fotografia, la mia seconda passione è la storia della dinastia Ghajar. Quelle che vedi qui esposte sono ricostruzioni di interni che realizzo nello studio grazie alla collaborazione con il Museo Storico e quello Fotografico di Tehran. I costumi, gli interni, gli stessi trucchi che uso sulle modelle, le sopracciglia marcate in nero e che tagliano il viso, risalgono a centocinquant’anni fa. Chiedo loro di non posare solo, ma di cercare di attuare una scelta cosciente. Voglio che le mie donne sappiano di esistere.
Sei nata a Tehran nel 1974 e tanto giovane sei già riconosciuta sul mercato internazionale, come è avvenuto questo processo di ascesa?
Mi sono laureata in fotografia all’Università Azad a Tehran, diciamo che da sempre ho avuto una macchina fotografica in mano. Forse sono stata particolarmente fortunata perché ho potuto seguire la mia ricerca.
Come nasce il tuo curriculum artistico?
Appena conclusa l’Università ho iniziato con mostre collettive in gallerie a Tehran. Nel 2000, anno del mio debutto internazionale, sono stata invitata dalla Guidhall University a Londra, quindi ad una collettiva di giovani fotografi a Parigi; è stata infine la volta degli Stati Uniti all’Università della California a Berkeley. Sono stata quindi invitata in Danimarca, nell’Irlanda del Nord, a Berlino, Madrid, in Kuwait, di nuovo a Parigi e Londra e ora sono qui.
So di essere privilegiata. Ho avuto una serie di opportunità che mi hanno permesso di emergere. Mi sento quindi responsabilizzata nel dover raccontare a tutti la mia storia, la mia visione di una realtà distinta. In Iran vi sono ancora dei nuclei in cui la figura maschile risulta dominante, soprattutto nei conglomerati mussulmani, benché la maggioranza accetti la modernità e vi conviva portando avanti le tradizioni.
In altre tue fotografie, non presenti in mostra, inserisci oggetti contemporanei in un setting di altri tempi, alla Margritte, con un tocco surreale. E’ questa la visualizzazione della filosofia che caratterizza le tue scelte?
Sì, questo è l’elemento conturbante, il Punktum, ciò che scardina l’ordine perpetuo delle cose e porta al pensiero e alla meditazione.
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presente all’inaugurazione
Shadi Ghadirian
nell’ambito della rassegna
Rosengarten-Golestan. Giardini di rose dall’antica Persia all’Iran di oggi
Centro Trevi via dei Cappuccini, 28
0471 300 980
tutti i giorni 9-13 15-19
ingresso libero
centrotrevi@provincia.bz.it
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