“Dipingo per guarirmi” ha detto più di una volta Carol Rama, che l’arte l’ha vissuta -e la vive- come un’esigenza fondamentale, come qualcosa che ha a che fare, in un groviglio inestricabile, tanto con il male di vivere, quanto con la voglia di capire. A lei –decana, premiata alla Biennale di Venezia del 2003- il Mart dedica una retrospettiva realizzata in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino: centocinquanta opere, tra cui alcuni facenti parte della collezione permanente del museo di Rovereto.
I lavori che vanno dalla fine degli anni Trenta e Quaranta, prevalentemente acquerelli, hanno come soggetti/oggetti scarpe, dentiere, renards, lingue, scope, falli, sedie a rotelle, pennelli da barba, feci, sessi femminili e maschili, pissoir, letti di contenzione, palette, anomali amplessi. Ciò che colpisce però, al di là di facili interpretazioni di tipo scandalistico, è il coraggio di una ventenne che riesce ha mostrare, con grande ironia, ma anche con tragicità, il proprio universo emotivo. Acquerelli come Nonna Carolina (1936), Teatrino n. 3 (1938), Opera n. 11 (Renards) 1938, Opera n. 27 1939, Opera n. 47 1940, Scopini (Opera n. 7) (1937), Appassionata (1940) e Possoir (1941), già dimostrano una piena e problematica capacità espressiva.
“Negli anni Cinquanta”, scrive nel catalogo Giorgio Verzotti, curatore della mostra assieme a Guido Curto, “Carol Rama è impegnata sul fronte dell’astrazione vicina alle tendenze concretiste”, a quel periodo risalgono opere come: Paesaggio (1951), Senza titolo (1952), Composizione (1953), Pittura (1954), e La Pelliccia (1954).
Mentre negli anni Sessanta e Settanta con la serie bricolage Rama si riavvicina al mondo reale aperto ad un’operatività legata al quotidiano. Così in Riso nero (1960), irrompono i materiali come protagonisti: tappi, fili di ferro, camere ad aria di bicicletta, occhi di ceramica, pelli (basta guardare L’isola degli occhi, 1966 e Presagi di Birnam, 1971). Ma con gli anni Ottanta e poi nel decennio successivo, il ritorno al
La serie Mucca pazza, della fine degli anni ‘90, invece, è una rielaborazione delle convulsioni sofferenti delle mucche in agonia, le cui immagini imperversavano tra telegiornali, quotidiani e magazine d’attualità: da lì Carol Rama ha attinto il materiale grezzo, quasi parafrasando, o meglio fondendo, formalmente, la propria vita con le sofferenze animali. Tanto da dire spesso: “Ero io la mucca pazza”.
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