Il nome di Katarzyna Kozyra (Varsavia 1963) ha cominciato a circolare con insistenza in Europa dal ‘99, quando alla Biennale di Venezia ha ricevuto la menzione d’onore per Men’s Bathhouse. Dopo due anni è sbarcata negli Usa con una personale alla Renaissance Society di Chicago, nel 2002 ha esposto al Reína Sofia, mentre nel 2003 è stata inserita in Cream 3, la selezione di “artisti del momento” di Phaidon Press.
A Trento Kozyra è transitata nel 2003 per la collettiva Prove d’ascolto e transitata è un verbo calzante, perché la sua videoinstallazione era visibile alla stazione. Un buon tratto di strada compiuto dall’artista polacca è invece documentato ora nella personale che le dedica la Galleria civica. Qui le opere presenti vanno da The Bathhouse (1997), dove corpi femminili pingui e imperfetti sono colti alle terme in atmosfere alla Renoir e alla Ingres, al complementare Men’s Bathhouse (1999), per il quale l’artista si è camuffata ed è entrata nella sezione maschile facendo riflettere sul concetto di privacy.
Il lavoro più “stagionato” data 1995, quando Kozyra era diplomata in scultura da appena due anni: Blood Ties è una serie di quattro fotografie in cui i corpi nudi dell’artista e della sorella sono ritratti sugli sfondi carminî della croce e della mezzaluna. All’anno successivo risalgono le tre foto e il video Olympia, simbolo manetiano drammaticamente ricollocato. Ben lontana dall’istrionismo citazionista di Morimura Yasumasa, l’artista polacca sostituisce la prostituta con sé stessa sottoposta agli effetti della chemioterapia. Il video ne documenta una seduta, poi Kozyra indossa un nastrino di velluto nero per riadagiarsi sul giaciglio ospedaliero e farsi ritrarre con l’infermiera dietro di sé.
Al piano inferiore della galleria sono installati altri due lavori. Punishment and Crime (2002), che inverte la tesi del romanzo di Dostoevskij, è costituito da due proiezioni, su schermo e su un piccolo televisore decentrato e poggiato a terra. I protagonisti simulano azioni di guerra nella campagna polacca indossando maschere in lattice: sono uomini dall’identità temporaneamente perduta.
Il secondo lavoro è The Rite of Spring (1999-2002), raffinatissimo video di animazione umana. Fra le sei proiezioni si può passeggiare osservando anziani uomini e donne dotati di sessi opposti posticci che, come in un cartoon artigianale, si muovono sulle note di Stravinski.
Il corridoio esterno alla galleria ospita il doppio video Lords of Dance (2002), purtroppo collocato in posizione disagevole per la visione. In una sala a sé stante scorrono invece le immagini di In Art Dreams Come True (2004, work in progress), nel quale Kozyra si trasforma in una Maria Callas che è anche drag queen.
Perché non è la provocazione che conta. È l’ambiguità, il gioco sottile fra concetti opposti che si ricongiungono. Perché la trasgressione è un limite individuale che si forma nell’interazione ogni volta diversa fra l’opera e il fruitore. Kozyra non impone nulla, sfiora con forte dolcezza antinomie terrificanti: attivo e passivo, salute e malattia, vita e morte…
articoli correlati
Kozyra a Prove d’ascolto
La menzione alla Biennale
Morimura Yasumasa a Genova
link correlati
Il sito ufficiale di Katarzyna Kozyra
marco enrico giacomelli
mostra visitata il 20 febbraio 2004
Carne e colore: Jenny Saville arriva a Venezia con una grande personale a cura di Elisabetta Barisoni e visitabile fino…
A sette anni dalla scomparsa, la galleria Frittelli Arte Contemporanea di Firenze restituisce la lucidità sovversiva di un artista capace…
Roberto de Pinto presenta la sua prima personale alla Galleria Francesca Minini, dal titolo Ostinato: tra pittura e collage, il…
A Bolzano, Feedback rilegge il lavoro di Franco Vaccari e le sue intuizioni visionarie sull’opera d’arte come spazio di scambio…
Dalle lacche del Vietnam alle radici post-coloniali della Sierra Leone: la Biennale di Venezia accoglie sette debutti assoluti che ridisegnano…
Other Identity è la rubrica dedicata al racconto delle nuove identità visive e culturali e della loro rappresentazione, nel terzo…