Come nasce uno spazio espositivo? La mostra, a cura di Walter Angonese, intende arricchire di ulteriori elementi la ricerca che si sta sviluppando in Alto Adige per definire e contestualizzare il rapporto tra spazio espositivo (contenitore) e arte (contenuto). Per fare questo vengono presentati, attraverso fotografie, modellini, filmati e alcuni documenti tre innovativi progetti (già realizzati) eseguiti dagli architetti viennesi Pàlffy e Jabornegg. In particolare si tratta del risultato di collaborazioni strette con alcuni importanti artisti minimalisti.
I riflettori sono puntati sulla Generali Foundation e sulla Kargl Box Galerie di Vienna, realizzate con l’artista statunitense Richard Artschwager, e il Museum am Judenplatz, disegnato dall’artista concettuale Rachel Whiteread. In questo modo l’architettura riesce ad istituire un dialogo immediato con l’arte, vera protagonista di spazi da riempire.
Grazie alla propria opera e creatività, lo spazio circostante -sia esso un terreno tra fabbriche e palazzi o una piazza cittadina- è trasformato e piegato alle proprie idee. Una particolare attenzione per la luce e l’utilizzo di materiali innovativi caratterizzano questi edifici destinati a contenere oggetti d’arte, ma non solo.
Aldilà delle singole e diverse soluzioni adottate dallo studio viennese, risulta importante comprendere la Weltanschauung che lo contraddistingue. Quella che appare è la concezione di uno spazio neutrale tendente al white-box che non ha nessuna pretesa di essere assoluto protagonista, ma che ha invece i suoi punti di forza nella versatilità e nella flessibilità. Lo spazio espositivo può essere adattato alle diverse circostanze pur mantenendo la propria caratteristica fisicità: “L’architettura c’è ma non è il tema centrale, perché è l’oggetto il centro del discorso”.
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