Ritrarsi non è cosa da poco. E’ un atto di coscienza che coinvolge l’artista in maniera intima, rendendolo non solo autore, ma anche protagonista della rappresentazione. E questa coscienza di sé si può tradurre nella volontà di esprimere la propria interiorità senza veli o nel decidere di dissimularla, magari soffocandola o amplificandola attraverso il manierismo delle proprie modalità espressive applicate anche alla fisionomia. In un caso o nell’altro, una costante è comunque l’importanza del volto, l’attenzione ristretta al capo come centro del pensiero e della personalità e da questa convinzione nasce il titolo della mostra Capo…giri, che ironicamente ammicca anche al binomio genio – follia.
Il percorso monotematico è una carrellata sui volti artistici più importanti del secolo scorso: pochi mancano all’appello scorrendo i dipinti, i disegni e gli scatti fotografici scelti da Vittoria Coen e provenienti tutti dalla collezione Rezzonico di Locarno. C’è un giovanissimo Urs Luethi, l’icona Andy Warhol, ma anche Jim Dine in un’acquaforte del ‘73, un Massimo Campigli ieratico come su una terracotta etrusca e De Pisis in doppia versione con o senza tavolozza, proprio come Achille Funi.
Ma l’affermazione di identità artistica si manifesta più specificamente come
Altrove la metonimia che riassume l’identità nel capo sposta il proprio punto focale sulle mani, rese abnormi perché simbolo del fare arte, secondo un differente spirito di lettura del reale. Ecco che compare in primo piano dal nulla una mano in Pompeo Borra, quasi irrigidita; rigido è anche il pugno chiuso di Mario Sironi.
Tutt’altro che composto è invece Giacomo Balla, immortalato nella smorfia deformante di un urlo. Non meno deformante di uno specchio che ribalta l’immagine, come nell’autoritratto di Lucio Fontana: la simbolica scritta Io sono Fontana, tracciata a matita al contrario.
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