Non è un caso. A palazzo Grassi si incontrano, si confrontano due stili, due tradizioni fulgide in se stesse che pure seppero trovare fecondissimi momenti ed occasioni di scambio.
Da una parte il Rinascimento italiano, di origine toscano-fiorentina, ma dalla vocazione (e non poteva essere altrimenti per una scuola di pensiero, prima ancora che di rappresentazioni, basata sulla riscoperta dei valori di peso, misura, forma, equilibrio) all’universalità.
Dall’altra il genio fiammingo votato alla descrizione minuziosa, preziosa ed a volte addirittura leziosa del particolare.
Dall’altra l’approfondimento descrittivo portato fino alle estreme conseguenze. Fino alla vittoria del particolare che sovrasta per importanza l’insieme. Tanto che la tela diventa una specie di campionario dei particolari; della cesellatura in punta di pennello.
E poi quella scoperta, o riscoperta, dell’olio come materia pittorica di sublime efficacia!
Insomma due diverse civiltà figurative, entrambe molto innovatrici, entrambe dotate di una fortissima capacità di espansione e dunque potenzialmente concorrenti.
Intorno alla prima della metà del ‘400 queste due culture maturano in due diversi ambiti geografici: l’uno a sud, in Toscana, l’altro a nord, nelle Fiandre.
Si tratta dei territori allora più ricchi, più evoluti, più densamente popolati, più commercialmente attivi, dell’Europa intera.
Attraverso I commerci e gli scambi queste due culture figurative si irradiano nel resto del continente.
Non solo: si incontrano anche, dando vita a scambi, producendosi in influenze reciproche.
La rivoluzione fiamminga, che come quella toscana si innestava sullo stelo già dominante del gotico internazionale, parve all’inzio dominante. Più lenta, ma alla fine vincente, fu invece la lezione toscana fondata su precisi e rigorosi assunti anatomici e matematici.
Tra I due centri di produzione e tra I due bacini d’influenza, si innescò col tempo un fecondissimo scambio di canoni, tecniche, modelli.
Fu uno scambio, insomma, totale che operò in senso binario. Dall’Italia alla Fiandra e viceversa. Biglietto di andata e ritorno sulla strada della creazione di un nuovo particolarissimo linguaggio che centiania di artisti vollero parlare. E che alcuni di essi padroneggiarono con maestria assoluta.
Venezia fu uno dei centri di questo dialogo. Uno dei cardini del percorso attraverso cui viaggiarono le influenze e gli stili. Potendo contare su una committenza attenta ed esigente che seppe promuovere gli artisti e le loro botteghe.
Venezia, anzi, fu la culla stessa di questo scambio.
Il luogo dove tante personalità si formarono e crearono il proprio linguaggio figurativo; luogo che seppe influenzare artisti fino a Rubens, Rembrandt ed altri ancora.
A Venezia, tanti artisti poterono lavorare sulla base di tali e tante nuove suggestioni da maturare una combinazione, spesso unica ed irripetibile, di stile.
Grandi personalità si formarono a questo clima. Grandi nomi cui la mostra di Palazzo Grassi rende oggi omaggio.
Innanzitutto Antonello da Messina, esempio irraggiungibile di come le conquiste prospettiche toscane venissero ad essere completate da una sensibilità descrittiva propria della sua formazione fiammingo-aragonese dando luogo ad una perfetta sintesi.
E poi il Carpaccio, il Tiziano, Dürer.
La vicenda personale di Antonello da Messina riassume in sè tutta la congerie di stimoli e fermenti che ad alcune ricettive personalità fu dato di incarnare in quegli anni a cavallo del XV e del XVI secolo.
Antonello visse ed operò a Venezia proprio intorno agli anni Settanta del ‘400 e la sua produzione, che alla minuziosità descrittiva collega come detto il rigore prospettico e lo stuiio delle proporzioni, può davvero essere assunta come simbolo di una mostra che intende approfondire il ruolo della città lagunare come uno dei principali snodi di scambio tra le due culture.
Oltre duecento le opere esposte, suddivise in sette sezioni tematiche attraverso un percorso di ventotto sale, che si fregia del contributo offerto dai più prestigiosi musei del vecchio e del nuovo continente.
Si parte dalla seconda metà del Quattrocento e si arriva alle soglie del Seicento.
Della mostra piace soprattutto quella capacità di rievocare un clima, una congerie. Quel coacervo di stimoli che l’ambiente veneziano di quegli anni produsse ed incarnò.
Ed il percorso-confronto, serrato quanto efficace, viene giocato nell’uno contro uno: crocefissione vicino a crocefissione, ritratto vicino a ritratto, così abilmente da diventare evidente immediatamente.
Domenico Guarino
[exibart]
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Mostra interessante ma a mio avviso in alcune sale la visione delle opere non è agevole a causa della illuminazione che puo' essere migliorata. Il catalogo (che non ho ancora esaminato del tutto ed il cui costo non è da poco) presenta errori evidenti. Alle pagine 570/571 non vi sembra che l'Estate dei Da Ponte sia riflessa orizzontalmente?
Grazie per l'ospitalita'.