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Da Scarpa a Botta: 1959–2013 | La nuova Querini Stampalia in cinquant’anni

di - 21 Febbraio 2013
Un progetto durato decenni con due parole chiave: trasformazione e contesto. Il contesto è Venezia, Campo Santa Maria Formosa, con la chiesa ridondante di cupole e facciate, e Palazzo Querini Stampalia, che è una città nella città fra due campi, fra tessuto urbano minore e architettura monumentale.
Mario Botta in questa trasformazione iscrive la sua biografia, non solo perché il suo progetto è durato venti anni, ma perché in quella biblioteca ha studiato durante i suoi anni universitari, mentre si formava con Carlo Scarpa. In questo territorio affettivamente non neutro, il problema del progetto era ricucire, con il nuovo ingresso in Campo Santa Maria Formosa sul ponte seicentesco, le aree di ingresso disegnate in due battute da Scarpa (1949, primo ingresso; 1959 giardino e aula Luzzatto) con un linguaggio molto personale, senza compromessi, eppure capace come pochi altri di definire un’identità specifica per il paesaggio veneziano. Il tema del progetto è una sonata per tre voci, Venezia dei Querini, Venezia di Carlo Scarpa, Venezia di Mario Botta.

La sensazione di domesticità non provinciale che rimane è il risultato di un lavoro molto misurato di Mario Botta, che non ha riprodotto il gesto scarpiano, ma ne ha continuato il senso e riutilizzato senza timore i dispositivi fondamentali: il trattamento del basamento come vasca e un bassorilievo per risolvere i problemi dell’acqua alta, ma anche per raccontare l’acqua nell’architettura; i pannelli in calce rasata modulari e distaccati dalle pareti, con la loro caratteristica tattile e luminosa di velluto fossile, per la possibilità di regolarizzare di spazi altrimenti molto difficili da misurare per eterogeneità e difficili da illuminare per disposizione e distribuzione.
La trasformazione più grande è stata quella nella corte interna del palazzo, interpretata dal progetto di Botta come un atrio coperto che distribuisce tutte le funzioni, collegando caffetteria, bookshop e l’area realizzata da Scarpa. In questo atrio, l’acqua entra in forma di illusione ottica, effetto moiré ottenuto con un velario metallico nero per schermare la luce di giorno ed evitare l’enfasi della struttura metallica che regge la copertura vetrata. Mossa che ha significato elevare la quota di calpestio, spostare e ridisegnare la scala principale con il carattere di scultura, – riprendendo il gesto scarpiano di enfatizzare gli elementi tecnici e farne ornamento, – e che ha permesso di recuperare un corridoio di distribuzione a vecchi magazzini facendone un auditorium di oltre cento trenta posti, di cui l’atrio è continuazione grazie un sistema televisivo a circuito chiuso. In definitiva, Mario Botta ha trattato le preesistenze: Venezia, l’acqua e Carlo Scarpa, come interlocutori di un “trialogo”.

Si legge in queste forme il passaggio di semplificazione del linguaggio che gli viene dalla frequentazione di Louis Kahn, di cui era stato assistente in occasione del suo progetto mancato per Cannaregio, e una estrema sensibilità verso il contesto, senza alcuna rinuncia. Ha deciso di essere un architetto in bianco e nero e restare in silenzio rispetto alla voce di Scarpa.
La domanda che non si può non fare è come mai sia così difficile immaginare queste operazioni di ricucitura pazienti e continue su grande scala, e il pensiero vola alle operazioni di cui ora è investita Venezia–Mestre con i progetti del Palais Lumière e delle nuove infrastrutture dell’alta velocità. La risposta di Botta è semplice e difficile al contempo: si tratta di sensibilità. «La sensibilità che mi è propria – dice – è quella percettiva della piccola scala, mi trovo a mio agio dove l’occhio può controllare tutto perché ho una sensibilità visiva». Lavorare su grande scala richiede una sensibilità diversa ed è anche molto più complicato abbracciare le esigenze di uso di parti intere di territori, eppure le città sono il luogo più bello e intelligente che gli esseri umani siano stati in grado di immaginare e realizzare.

Irene Guida

Ha collaborato con Duel, Duellanti, D’Architettura scrivendo di spazio e arte. Collabora con Exibart dopo aver pubblicamente richiesto a Germano Celant di firmare una dichiarazione che ripetesse le sue parole “Ragazzi, l’arte, in fondo, è artigianato”. La richiesta non è stata esaudita. Ha inoltre studiato presso l’Università IUAV di Venezia, dove ha seguito il laboratorio di Joseph Kosuth e ha conseguito un dottorato in Urbanistica nel 2012, dopo un periodo di studi negli Stati Uniti presso la UMBC di Baltimora e la New School di New York. Svolge attività didattica e di ricerca all’Università IUAV. Fra i suoi testi, Corridoi. La linea in Occidente, Quodlibet, Macerata 2014.

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