Non è senza motivo che di queste figure ci siamo accorti al tramontare del secolo scorso. Mitoraj appare come il messaggero delle sue stesse creature, una sorta di profeta di un’epoca nuova. Il ‘900 è stato un secolo in cui l’arte ha manifestato grandi conflitti; potremmo quasi dire che si è nutrita della dicotomia nata tra coloro che dell’espressione artistica hanno scelto la via del caos, demolendo le regole auree dell’arte classica e coloro che invece dell’arte hanno rappresentato ora l’essenza più nascosta, ora la spiritualità astratta, ora la sua negazione stessa, sempre alla ricerca di un ordine assoluto. Caos e ordine si sono affrontati nel segno di un rinnovamento che, prendendo le mosse dalla storia, ne giungeva a negare, di fatto, la vocazione a rappresentare la suprema bellezza delle cose del mondo. Ciò che ha causato questo, io ritengo debba essere ricercato nell’allontanamento dell’arte (e dell’uomo) dalla sua dimensione sacra. Politeista o monoteista che sia il tema sacro conduceva l’artista ad un continuo sforzo di perfezione per avvicinarsi alla divinità, ad essa assomigliandosi.
Cubismo, futurismo, astrattismo e via dicendo cancellarono questo modus operandi, già minato dalla corrente impressionista. Mitoraj ha semplicemente risvegliato questo bisogno che le recenti affezioni spiritualiste dimostrano essere proprio della natura umana. E’ il tempo del nuovo umanesimo. L’opera di Mitoraj non deve mai essere letta come la rappresentazione di un
insondabile mistero archeologico, sarebbe mentire a sé stessi senza dare una risposta all’irresistibile fascino che emanano quelle opere facendoci precipitare dentro noi stessi con incontrollabile vertigine. Vengono dal passato quei fantasmi, ma sono dentro di noi: quel loro sorgere dal suolo è, in realtà, un risorgere nella coscienza collettiva, quel loro sguardo
assente è un invito a guardare dentro la mente; quelle fasce sui volti manifestano la cecità di coloro che vedono la verità, perché non ammalati dalla miseria umana. Le ali di Ikaria ci spingono a librarci oltre la dimensione terrena; gli scudi incrinati e le corazze infrante sembrano quasi inutili a proteggere corpi perfetti, dalle cui ferite può uscire solo acqua sorgiva che genera altra vita, o attraverso le quali l’opera d’arte sembra doppiarsi in un nuovo volto, solo apparentemente. Le figure o i vuoti scavati ci mostrano un nuovo sistema metrico aureo che serve a individuare i luoghi dell’infinitamente grande dell’infinitamente piccolo, in una scansione ritmica che delimita il tempo e lo spazio, ma soprattutto l’essere e l’apparire. Ogni anno Mitoraj si presenta in Italia con sempre maggior forza (Milano, Cortina, Firenze, oggi Venezia e presto a S.Marino). Dello scultore dalle origini polacche che vive tra Italia e Francia, che dal Messico si trasferì in Grecia dove maturò il suo linguaggio, oggi la storica Galleria Contini di Venezia presenta una eccezionale selezione di opere: sculture e rilievi in bronzo, marmo o travertino, dipinti su tela e anche la nuova produzione di lumi in acciaio e vetro di Murano. Il catalogo della mostra è stupendo: la sintetica ma precisa introduzione di Giorgio Cortenova lascia presto luogo ad un corredo fotografico che, per chi non può affrontare le già alte quotazioni dell’artista, è esso stesso un’opera d’ arte. Cortenova sembra dire che ci sarà tempo per sviscerare, giudicare compiutamente ed esaurientemente l’opera di Mitoraj, per ora basti indicare la via di accesso a quel mondo, per la quale l’animo umano sa poi procedere con passo spedito.
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