Mai la morte è apparsa così esteticamente desiderabile. In una stanza perfetta, arredamento minimal algido, atmosfera distillata, limpida e cartesiana. Tutto in perfetto ordine, nulla di scomposto. Anche il corpo delle donne sembra abbandonarsi al sonno eterno senza alcuno sforzo o dolore apparente. C’è il sapore del rito, del percorso già stabilito che si rispetta fino ai minimi particolari. Come fosse la cerimonia del tè.
Spiazzano e seducono le foto di Izima Kaoru (Yoyo, 1954), che ritraggono modelle orientali, vestite con abiti di grandi stilisti, come fossero cadaveri. C’è lo scandalo della morte, appena accennato, senza l’intreccio del noir o il sangue del pulp. E pure invitano perversamente l’osservatore al piacere della visione del corpo e dell’eros di cui la carne, ormai spenta, ancora profuma. È un piacere sottile, quasi autoerotico, da privato vizio borghese celato tra le mura di casa, da raffinata necrofilia d’élite. Non ci sono mani sporche, non c’è nulla che renda fisica e presente la realtà del trapasso: i cadaveri delle donne sembrano esistere solo per essere tali, non c’è volontà alcuna di dire o spiegare.
Lo stile compositivo è antinarrativo, allusivo per il tipo di situazioni che propone (un probabile amore saffico nella sequenza di Kato Ai and Nakashima wear Vivienne Westwood, un omicidio lungo un ponte ferroviario in Igawa Haruka wears Dolce&Gabbana), ma elusivo per i mille particolari che cita appena senza in realtà dare ad alcuno la forza di una spiegazione probabile o la consistenza da elemento chiave. Manca insomma la ragione del delitto, non esiste un movente né tanto meno un omicida, sembra proprio che la morte sia la strada scelta per far vivere un’estetica estrema, e senza le sbavature ematiche e la distruzione dei corpi di Crash di David Cronenberg.
Le foto di Kaoru raccontano paradossalmente anche dell’alienazione dell’individuo, che sceglie di morire in ambienti anonimi ma con abiti griffati, quasi i vestiti fossero l’ultimo baluardo della persona di fronte alla spietata caducità. Il trapasso, per sua natura spersonalizzante e antiumano, è addolcito e reso un piacere sottile −a noi insaziabili vouyeur− dai marchi di lusso. Accarezzati, come in Tanja de Jager wears Christina Dior, anche dai rami di un albero in controluce. Che si perde nella bruma ondivaga della campagna.
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Un’interessante scelta di foto
La biografia del fotografo nipponico
L’articolo di Newsweek sulle modelle cadaveri di Kaoru (in inglese)
daniele capra
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