Era già buio quando, l’aria piovviginosa, una trentina di persone hanno accolto l’anziano maestro felice di prendersi questa sorta di divagazione in provincia dai grandi progetti in preparazione e dai grandi onori resigli in occasione della grande antologica in chiusura (26/11) al Museo della Rivoltella di Trieste. Una divagazione all’insegna della grafica, tecnica cui l’artista, che ha cominciato ad esporre all’inizio degli anni ’40, si è dedicato relativamente tardi, negli anni ’60.
Zigaina non ha voluto entrare nel merito delle sue scelte tematiche, invece ha descritto il suo approccio all’arte grafica come un sogno, una pratica profondamente intima. Un seconda riflessione il grande maestro l’ha dedicata al grande amico Pasolini, essendo impegnato su vari fronti in progetti che hanno come oggetto la figura e l’opera del regista. Con lui Zigaina condivise l’impegno politico, evidenziato, nei primi vent’anni di attività, dalle tele figurative di manifesta intenzione espressionista che hanno come soggetto i lavoro nei campi, i braccianti, le campagne friulane dove è nato ed ha vissuto sempre, i poveri, i famosi uomini con le biciclette. Finita la stagione in cui fu etichettato come neorealista, Zigaina ricominciò da zero, anzi no. Negli anni ’60, a partire dai suoi stessi paesaggi, egli si volse a sintetizzarne gli elementi fondamentali in rappresentazioni che apparivano astratte: in realtà l’artista si era solo introdotto nei suoi stessi paesaggi ad esplorarne le ceppaie, le radici sradicate degli alberi annosi, le reti di recinzione arrugginite, gli steccati, gli scheletri animali. E’, questa, la versione informale dello stesso Zigaina degli inizi, quella in cui si consolida e si purifica una tragica visione della vita, dove è sempre imminente la tragedia, la morte. Ebbe a dire Marchiori: “Il friulano Zigaina potrebbe essere un pittor di danze macabre”; e ancora: “Le ceppaie son lì, fuori della porta di casa: sono i personaggi fantastici di un mondo antico, che torna dalla memoria ancestrale a turbare le notti, in cui il latrato dei cani ha sostituito l’ululato pauroso dei lupi”.
La mostra presente offre un’ampia e completa scelta di acqueforti, tra multipli, prove di stampa e d’autore, dagli anni ’70 ad oggi.
Lo Zigaina grafico percorre tutti i registri che caratterizzano la sua ispirazione, quello figurativo e quello informale. Colpisce l’estrema duttilità dell’artista, che passa dalle radiografie di insetti notturni eseguiti con la perizia di un entomologo, alle ampie e ossessive prospettive di salici (le piantate) e reti metalliche, ai buchi neri di girasoli accartocciati e morti. Ma il girasole morto in realtà incuba il seme che fa germogliare nuovi fiori (ricordate Kiefer?). In questa immagine Zigaina sintetizza la vita e la morte, l’amore e la morte, anzi l’amorte: in fondo a tutto sta infatti l’amore, per certi versi leopardiano, per la Natura matrigna. Quello di Zigaina è un continuo, struggente e disperato messaggio, seguito ad un profondo conflitto interiore: ma forse, infine, è solo un triste canto notturno.
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