Non toccare. È il cartello castrante che abbiamo visto appeso ovunque, affisso su muri, in bella vista sopra statue, di fianco a quadri, vasi e quant’altro. È sedimentato nei ricordi della nostra infanzia, e forse perfino da adulti ci portiamo dentro qualche reticenza ad usare le mani per rafforzare le percezioni di ciò che vediamo. Claudio Massini (Napoli, 1955) sembra invece agire controcorrente, in opposizione al comune atteggiamento museale, proponendo la sua idea di una pittura, fresca, viva, ma soprattutto in rilievo, che necessita del contatto con i polpastrelli per essere vista.
La mostra apre con tele di piccola e media dimensione, prodromo di una stanza enorme riempita da grandi lavori, tra i quali spiccano quelli che hanno per soggetto sedie e tavoli con bicchieri, giocati su tonalità chiare. Si nota subito la pittura in rilievo, che ricorda l’encausto e le decorazioni a stucco. Il segno è netto, limpido, frutto di un disegno preciso, e il colore viene distribuito a strati, in modo da produrre una levigata sporgenza. I materiali usati sono pigmenti minerali vegetali organici e della chimica, come si può leggere nelle didascalie, e testimoniano il lavoro che con orgoglio Massini conduce nel produrre autonomamente i colori, come per esempio i rossi, che ricava direttamente dalle cocciniglie essiccate. E ugualmente anche la superficie è una tela di lino doppio bollito triplo lavato, quasi a sottolineare l’aspetto artigianale, la realizzazione manuale. Dai soggetti (molti dei quali costruiti simmetricamente), siano essi fiori o interni o costruzioni fantastiche con barche, sedie pagode o voliere per uccelli, traspira un atmosfera esotica, orientale, simile a quella di molte cineserie in voga in Europa a partire dal Settecento.
C’è anche la xilografia giapponese negli alberi e nei fiori, e Pompei e gli affreschi romani della Napoli in cui il pittore ha trascorso la giovinezza. E c’è un amore per la decorazione, per la ripetizione di trame, a mezza via tra i mosaici antichi di gusto geometrico e lo Jugendstil viennese. Un intreccio di maglie, come i tessuti su cui giacciono i piatti con zuppe di fiori di Grigio e celeste e Offerta per gli dei, o i tetti di pagode e capanne, che ricorrono in svariate composizioni (citando Giotto e Piero della Francesca). Ma poi ci sono costruzioni verticali, le Fiale, fatte di vasi sovrapposti, di rami attorcigliato, di bicchieri di cristallo decorato. Leggeri nei colori e, a dispetto dello spiccato decorativismo, sorprendentemente sobri. Al contrario delle nostre mani, che da bambine cattive, hanno toccato senza ritegno.
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Un approfondimento sulla personale di Budapest
Uno spunto critico sulla mostra
daniele capra
mostra visitata all’inaugurazione il 16 marzo 2006
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