Si intitola Le forme del silenzio la mostra di Lorenzo Malfatti . Ma stavolta la traduzione inglese rende un’idea migliore del suo contenuto: Shaping silences, “dare forma” al silenzio. Dare forma al silenzio interiore, dopo un lavoro di raccoglimento, di pulizia, di eliminazione di tutto ciò che ingombra ed è, etimologicamente, rumore, materiale di disturbo. Malfatti offre il risultato di quella che il grande studioso di misticismo e archetipi Elemire Zolla chiamava “esperienza metafisica”. Quell’esperienza di chiarore interiore in cui il soggetto che conosce, l’oggetto conosciuto e l’esperienza del conoscere diventano una cosa sola, uno sguardo limpido. Un silenzio, quindi, da intravedere, più che da ascoltare.
Malfatti nasce nel ‘59 a Viareggio, dove tuttora vive. Appartiene alla schiera di artisti che non hanno mai smesso di dipingere e di interessarsi alla materia. Nel suo caso vetro, gesso, fibra di vetro, carta, foglia d’oro. Una prima occhiata lo ascrive immediatamente alle soluzioni dell’espressionismo astratto. La parentela con le grandi icone di Fontana, con le furiose opere di Burri, infatti, è scoperta. Ma alla sensualità o al gesto fulminante di Fontana, e allo strazio di Burri, Malfatti sostituisce la spiritualità dell’asceta, il gesto misurato della calma interiore, l’imparzialità della visione. Nel risultato, è certamente più affine ad un sentimento orientale, come può essere quello dei quadri di Matsuyama. Nelle sue grandi tele, infatti, la materia non è fine a sé stessa, esibita, ma sembra rimandare ad altro: il colore bianco al bianco puro, il vetro alla trasparenza, l’oro alla luce. E i detriti, al brusio di fondo che dal silenzio è ineliminabile.
L’opera, nella sua consistenza materiale, diventa davvero una “soglia”, che prelude al mondo metafisico. Qualcosa di molto poco occidental
Da un punto di vista storico-critico l’opera di Malfatti può essere considerata derivativa. Certamente è un’opera umile. Tuttavia, non sarebbe inutile riflettere su queste sue parole: “Credo che esista in ogni uomo, oltre le singole culture, un’antica memoria del proprio essere, un sottilissimo filo che unisce l’esistenza di ogni individuo. Ognuno di noi porta in sé frammenti di tale memoria. Nelle mie opere cerco di descrivere questi frammenti.”.
andrea liuzza
mostra visitata il 10 ottobre 2006
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