Categorie: venezia

fino al 15.XI.2006 | Thomas Ruff | Venezia, Fondazione Bevilacqua La Masa

di - 3 Luglio 2006

La fotografia è perseguitata fin dalla nascita dal fantasma dell’obiettività. La capacità di “copiare” il reale attraverso l’impressione della luce faceva storcere il naso agli esteti come Baudelaire, che la ritenevano troppo compromessa con la meccanica per includerla fra le arti maggiori. Al contrario, artisti come Duchamp sfruttarono proprio questa caratteristica per documentare col sigillo della realtà cose che reali non erano: Rrose Sélavy, ad esempio. L’immagine sembra soprattutto avere una propria realtà. Può ingannare. È proprio in questo terreno di ambiguità che si alimenta tutta l’opera di Thomas Ruff, considerato fra i maggiori fotografi tedeschi contemporanei. Fra “i primi autori a cui dobbiamo la coscienza della fotografia come pratica decisamente artistica”, puntualizza la curatrice Angela Vettese. Ruff si serve della fotografia da artista concettuale: non è certo interessato a documentare esperienze, quanto a esplorare le caratteristiche linguistiche della tecnica. E, soprattutto, è interessato al mistero del risultato, l’immagine. “La fotografia pretende di mostrare la realtà.” sostiene. “Con la tecnica puoi avvicinarti moltissimo alla realtà sino a imitarla. E quando ti avvicini al punto di riconoscerla, in quel momento ti accorgi che non è così”. È questo il chiodo fisso di Thomas Ruff, che l’ha condotto dalle prime opere alla serie di Jpg.
Il caso-Ruff esplode all’inizio degli anni ’80, quando questo studente di Dűsseldorf, che divide equamente il proprio tempo tra i corsi dei coniugi Becher e i raduni punk, realizza una celebre serie: i Portraits. Un centinaio di ritratti di amici e parenti, di media grandezza, simili a una collezione di fototessere. La capacità della fotografia di descrivere la realtà è già implicitamente in crisi, visto che, dietro alla cura formale e all’originalità di certi tagli, è impossibile percepire qualcosa dei soggetti. L’oggettività in bianco e nero dei Becher, assimilata dal giovane, si colora e acquista funzione concettuale. Le serie successive proseguono la medesima strada: Häuser mostra edifici in rigoroso stile Bauhaus, Nächte include una serie di paesaggi notturni ripresi attraverso un visore a raggi infrarossi. L’effetto è, in tutti i casi, più straniante quanto più obbiettivo. Fra le idee migliori di Ruff, è quella di usare scatti di repertorio, saccheggiando vecchi archivi. La fotografia diventa ready-made. Ecco la serie Sterne, una collezione di scatti astronomici ingigantiti, o Zeitungsfotos, foto di giornale tolte d al loro contesto e svuotate del contenuto informativo. Fra il 1999 e il 2004, Ruff realizza la sua serie più controversa: Nudes. Il titolo non inganni, non si tratta di tenere bagnanti, ma di foto pornografiche scaricate da internet e modificate digitalmente. Si va dall’amatoriale all’hardcore, dal fetish al sesso di gruppo. Tutto rigorosamente innaturale. E meno conturbante che mai.
L’esplorazione del digitale raggiunge la sua vetta con la serie Jpg, presentata con successo alla scorsa Biennale: una serie di foto scaricate da internet, e ingigantite fino al punto di esibire senza pudore la trama costitutiva dei pixel. Come in uno degli ultimi quadri di Tiziano, o nelle Ninfee di Monet, l’opera mostra la sua sostanza. Ma se in un quadro l’effetto contribuisce alla magia dell’”imitazione della natura”, nella fotografia l’effetto è opposto. Niente di meno reale che assistere dal vivo al disfacimento digitale di un’immagine.
Le opere di Thomas Ruff, in definitiva, sembrano riproporre questa domanda, che appartiene alla nostra storia dal tempo di Platone: le immagini sono reali?

andrea liuzza
mostra visitata il 22 giugno 2006


Thomas Ruff – The grammar of photography
Fondazione Bevilacqua La Masa, Galleria di p.zza S. Marco e Palazzotto Tito – 30123 Venezia – Curatore: Filippo Maggia
Orario: 12.00-18.00; chiuso il martedì – 3 € (intero); 2 € (ridotto)
Info: tel. +39 0415237819 – info@bevilacqualamasa.it
www.bevilacqualamasa.it


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  • Thomas Ruff: "The grammar of photography" Esposta in mostra, crudelmente illuminata da spot e faretti, la crisi creativa di un artista che ha avuto alcune buone idee negli ormai lontani anni ’80: la produzione recente di Ruff sembra voler imitare i rozzi esperimenti di un ragazzino alle prese con photoshop. Sfogliando questa grammatica della fotografia oversize ritroviamo alcune delle formule che hanno costituito, per tutti i '90, l’abbecedario utilizzato dai critici per insegnarci a leggere l’arte. Modelli, schemi validi se inquadrati nel momento in cui hanno apportato un contributo, ma divenuti tiritere strasentite, irritanti per i modi saccenti di chi ce le ripropone per l’ennesima volta come se fossero novità. Oggi rappresentano, per un artista, esempi in negativo, passaggi da superare per essere davvero innovativo: i gigantismi da Salon, l'eccessiva enfasi intorno al dato tecnico e percettivo, i frammenti d'attualità sui quali i critici imbastiscono la loro letteratura.

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