L’impatto è decisamente musicale. Lo si sarebbe sentito anche senza che l’autore l’avesse rivelato: la musica è essenziale nella sua vita: “ho suonato per vent’anni, tutti i giorni”, ci racconta. Le opere astratte, costruite con pochi colori, bianchi, rossi e verdi, tutte costruite su fasce e zone verticali e orizzontali, dove l’impalcatura del supporto è parte integrante e, al pari della forma, godibile, si succedono come frasi musicali cadenzate sulla partitura delle pareti. Sono lavori fatti di materiali trovati, emergono impastati da fondi densi come abissi marini, retri di mappe, e frammenti che mantengono con le loro identità precedenti legami ambigui, sono pitture quasi sculture, piacevoli al tatto e all’olfatto, la cera, che li ricopre, fermando con una patina di antico lo scorrere incontrollato di tempi e situazioni e cambiando, come la memoria, il colore delle cose preservandole, libera il suo caratteristico odore.
Lontani i tempi in cui Mirco Marchelli suonava la tromba con Paolo Conte, oggi scrive musica al suo pianoforte (“è la mia malattia”), vive con due gatti, gioca con le parole, che manipola in racconti che “dicono nulla e tutto” e, recitate dalla sua voce, si fanno suoni vibranti di echi di memoria, tessute di materia di vita e di paradossi “non si sa bene perché fuori piove già”.
“E’ fondamentale lavorare sul serio senza prendersi sul serio” dice l’artista spiegando che il bianco, rosso e verde che segnano o incorniciano di bande verticali (io, interno, casa, concentrazione) e orizzontali (altro da me, apertura, esterno, evoluzione) i lavori della serie Stati sono pezzi di stoffa del tricolore italiano “Il discorso patriottico non c’entra, il mio gioco è sdrammatizzare le situazioni statiche, e inoltre uso pezzi di stoffa colorati perché possibilmente non utilizzo i pennelli, anche se nella serie successiva Stati di salute, inizio a tirare righe a mano, passando dall’impaginazione del trovato all’intervento pittorico”. Lavora generalmente sul piccolo formato, cadenza le sue
forme accostando, spesso in un’unica opera, due, tre o quattro moduli in dittici, trittici, polittici contemporanei “unisco più parti per compensarle, la verità unica e la sicurezza non fanno parte delle mie corde” . Forma sequenze di Casette, fatte di libri incerati con le copertine che fungono da tetto, modulate nello spazio della parete come villaggi formati non da seriali ripetizioni, ma da individualità formali che avvicinano alle altre le loro verticalità e orizzontalità in un ritmo di stasi e moto che nasce dalla casualità e oscilla con “beccheggio lieve” dentro e fuori. Del sé, del tempo e dello spazio. Armoniosamente.
myriam zerbi
mostra visitata il 3 aprile
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