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Fino al 19.VI.2016 | Waiting for Quin Feng | Fondazione Cini, Venezia

di - 17 Giugno 2016
Ancora pochi giorni per visitare la personale “Waiting for Quin Feng” a cura di Achille Bonito Oliva e Umberto Vattani, prodotta dalla Fondazione Cini. La mostra è una sezione trasversale dell’opera di uno degli artisti cinesi più quotati del mercato e anche più sensibili alla trasgressione della tradizione come modo di conoscenza.
Una mostra da non perdere, sicuramente per il dialogo suggestivo delle opere dell’artista cinese con il contesto. Se da un lato infatti la magnifica perfezione dell’architettura palladiana del chiostro e del convento lascia poco spazio all’interpretazione, è proprio la forza strutturante di questa cornice a dare la possibilità di espressione al massimo delle sue capacità a un artista estraneo a quella tradizione ma profondamente attratto da essa e dalla sua espressività primaria, e per questo capace di rivelarne l’attualità.
Questo lavoro nasce dalla consapevolezza di essere in un momento di rovesciamento della storia, uno di quelli in cui gli ultimi sono i primi e viceversa. Perché è proprio così che Feng si comporta. Da un lato rilegge la sua tradizione dei maestri cinesi della calligrafia, dall’altro infrange il mito dell’espressionismo americano, dichiarando apertamente che si tratta di niente altro che di una calligrafia, niente di più lontano dal dionisiaco Pollock nell’atto di rovesciare la vernice sul pavimento in preda al demone del proprio istinto vitale. In più, l’artista cinese dipinge tele di superfici dell’ordine delle diverse decine di metri quadri che poi ritaglia, sicuramente, come ha notato il curatore Vattani, generando una qualche forma di auto-lesione simile a quella sofferta dalle grandi opere classiche nei momenti di spoglio, dall’altro però – e questa è la tesi di Bonito Oliva, – giocando a moltiplicare il valore immaginario delle sue tele, come un bambino che si diverta, una volta inquadrato un pezzo di vita in uno specchio, a infrangerlo in mille frammenti come in un caleidoscopio, moltiplicando l’effetto di stupore con un’ulteriore violenza che finisce nel gioco del mercato, moltiplicando le possibilità di acquisto e di godimento delle sue tele.

Durante i giorni della vernice della Biennale Archittura che diventa in questo modo un palcoscenico per tutte le altre manifestazioni dell’Ente Biennale, in continuità con la linea espositiva inaugurata da Koolhaas con “Fundamentals”, l’artista cinese è stato invitato a reagire con il suo linguaggio alla riproduzione, – realizzata da Factum Arte a Madrid, – della tela monumentale dipinta alla fine del Cinquecento da Paolo Veronese per il refettorio del Convento dell’Abbazia di San Giorgio Maggiore. Riattualizzando le atmosfere e la festa rappresentata nel quadro, mentre un violoncellista suonava dal vivo, l’artista ha dipinto in orizzontale sul pavimento la sua versione delle Nozze di Cana. Il video dell’happening è stato installato poi all’inizio del percorso, scandito da altre opere in dialogo con l’architettura e le poche tele superstiti, che dal chiostro conduce alla grande sala del refettorio, con la copia conforme del Veronese, il cui originale era stato trafugato e tagliato da Napoleone nel diciottesimo secolo, e rimontata oggi come se fosse stata ricucita.
Dunque una mostra da non perdere, perché rivela un’attitudine liberatoria, felice, per niente a disagio né con la propria tradizione, né con il mercato, né con la coscienza neo-colonialista occidentale. Al fondo c’è l’atmosfera felice di un filo rosso di intelligenza, di vita e di gioia, forse di lieve stupore, che attraversa molte delle tele di Quin Feng, come se fossero idiografie di un pensiero unito al gesto in un presente che coincide con la presenza stessa dell’opera, che come se fosse fatta di pixel, può anche ritagliata, anche manomessa, anche riprodotta in un cumulo digitale di specchi.
In questo modo Quin Feng, artista tanto profondamente debitore alle radici della propria cultura, quanto radicalmente cosmopolita e innovatore, dimostra di possedere la stessa padronanza di un Warhol dell’estremo oriente, a annuncia il ritorno di un mondo antichissimo, e per questo nuovissimo.
Irene Guida
mostra visitata il 20 maggio
Dal 19 maggio al 19 giugno 2016
Waiting for Quin Feng
Fondazione Cini
Isola di San Giorgio – Isola di San Lazzaro – VIU San Servolo

Ha collaborato con Duel, Duellanti, D’Architettura scrivendo di spazio e arte. Collabora con Exibart dopo aver pubblicamente richiesto a Germano Celant di firmare una dichiarazione che ripetesse le sue parole “Ragazzi, l’arte, in fondo, è artigianato”. La richiesta non è stata esaudita. Ha inoltre studiato presso l’Università IUAV di Venezia, dove ha seguito il laboratorio di Joseph Kosuth e ha conseguito un dottorato in Urbanistica nel 2012, dopo un periodo di studi negli Stati Uniti presso la UMBC di Baltimora e la New School di New York. Svolge attività didattica e di ricerca all’Università IUAV. Fra i suoi testi, Corridoi. La linea in Occidente, Quodlibet, Macerata 2014.

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