Ogni opera d’arte sottende un pensiero che a sua volta implica un’esistenza biologica. Dietro ogni esistenza e ogni pensiero si cela però un atto creativo ed evolutivo paragonabile, a sua volta, alla più complessa e riuscita delle opere d’arte: la vita stessa. Chromosoma, la grande installazione con la quale Enrico Tommaso De Paris, artista veneto di nascita ma torinese d’adozione (Mel, Belluno, 1960) torna alla Biennale di Venezia dopo la partecipazione alla collettiva Italian Factory della precedente edizione, è la trasposizione materiale di questa creazione. L’opera rappresenta una conquista fisica del territorio urbano in punti e momenti diversi (tra gli spazi dell’Arsenale Novissimo quelli della galleria Traghetto), ma soprattutto una riconquista della sfera introspettiva. Quella che racchiude i punti oscuri dell’esistenza, il mistero delle molteplici vite parallelle e biologicamente simili eppure incredibilmente -ed incomprensibilmente- differenti. Quasi un’operazione laboratoriale dal sapore labilmente empirico, una riproduzione al microscopio colorata e gigantografica di una delle sezioni che compongono il Dna di ciascuno di noi. Alla ricerca di un minimo comune multiplo genetico, in nome del quale ricollocare i punti di comunione di un’umanità artistica sempre più globalizzata.
“Il mio lavoro si realizza nella messa in opera di mobiles e strutture pittoriche parcellizzate e frazionate. Organizzo segnali e stimoli nell’intento di costruire un lavoro con un carattere più scientifico che estetico, più sociale che formale; sento che come artista questa è la mia funzione nella società” commenta De Paris. Chromosoma è scomponibile in strutture parcellizzate; lo scheletro/supporto metallico delle strutture portanti si snoda imperioso nello spazio aereo, appeso con corde metalliche agli alti soffitti dell’Arsenale. Esso scandisce ritmicamente elementi sferici o ellissoidali di varie dimensioni in cui moduli assemblabili (i geni, ciascuno identificato da una numerazione a più cifre che ricorda le componenti meccaniche di futuribili ingranaggi perfetti) ne decretano le peculiarità attraverso la posizione assunta nell’insieme. Il modulo genetico, nell’opera di De Paris come nell’opera divina, è il motore propulsore della nostra specificità e della nostra identità. Ogni modulo, anzi, contiene al suo interno i principi della vita stessa, dettagliatamente resi dall’artista ora con la statica teatralità di piccoli pupazzi che animano plastici multicolor, ora col caos vitale di video (proiettati da cinque piccoli monitor dislocati lungo l’installazione) in cui personaggi -tra i quali De Paris stesso- danzano, cantano e suonano, “producendo energia”.
Acciaio inox, vetro soffiato, contenitori pirex, legno pvc, alluminio, cinghie, silicone, plastica e luci allungano potenzialmente all’infinito la struttura genetica in progress, frattale di un universo in espansione sempre più popolato, sempre più esteso e, prendendo in prestito le parole dell’artista “…riconfigurabile otticamente e aperto all’interpretazione”. Ogni tanto piccoli specchietti rotondi spuntano dall’intricato groviglio di oggetti riflettendo la nostra immagine, a ricordarci che il risultato ultimo di questi cervellotici progetti congeniti potremmo essere noi.
gaetano salerno
mostra visitata il 25 giugno 2005
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