Tre colonne bianche. Ritmicamente scandiscono l’ingresso della galleria. Al loro interno si adagia un tappeto di rose rosse recise. Come a delimitare l’iconostasi sta, al di là di esse, un velario di candida garza, che nasconde parzialmente una sorta d’altare. In realtà un sedile di pietra sorretto da piedi zoomorfi, che sorregge una composizione di fiori, melograni e un taglio di speck infilzato da un coltello da cucina.
Sulla parete di fondo la foto di un ovale di rose circondato da un salsiccione, ritratto della composizione dal vero che se ne sta, adagiata su un cuscino scarlatto, nella stanza attigua.
La prima personale italiana di Nana Onishi è un percorso liturgico: l’attraversamento della navata di un tempio, l’altare con l’immagine sacra, infine il sancta sanctorum dove si conserva la reliquia.
Carne macellata e fiori recisi: attraverso sensazioni visive, tattili ed olfattive è descritta
Ma siccome l’arte non è mai assolutista, creazione aperta ad interpretazioni diverse, tutto l’immaginario di Nana si snoda unendo, alla paziente e delicata pratica delle composizioni dei fiori recisi, di matrice orientale, la mise en scène della cultura consumistica, del fast food americano. E non va trascurata neppure una suggestiva reinterpretazione del genere della natura morta, che attinge ad di elementi allegorici di memoria squisitamente classica. Insomma un progetto aperto a molte letture che si fondono e confondono in un’unica, sintetica rappresentazione estetica, consapevole di una teatralità silenziosa e riflessiva.
L’interrogativo che rimane è capire quale sìa la vera collocazione di quest’artista.
Ci sono legittime ragioni che giustificano tutto ciò e non è il caso qui di impelagarsi in un’analisi che dìa delle risposte al dubbio atavico: è giusto che l’arte trovi obbligatoriamente delle soluzioni commerciali, nel rispetto del trend che vuole le gallerie impegnate a chiedere agli artisti di confrontarsi giustamente con lo spazio che li ospita? Di certo rimane la constatazione che Nana Onishi, da questo ostacolo, esce ridimensionata oltre i suoi meriti creativi.
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alfredo sigolo
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