Interagiscono tra loro, con i luoghi del Palazzo, con i personaggi antichi ritratti sulle pareti e con i visitatori, in principio sconcertati dal dover spostare in basso lo sguardo. I tappeti di garza e carta sono stesi per terra, uno accanto all’altro come in una lunga e policroma sequela musiva pavimentale.
“Pensando al giardino, metafora esistenziale di spazio interiore, ho considerato che l’energia creativa viene dal sottosuolo e da lì agisce; ho voluto perciò mutare il mio punto di vista spostandolo alle fondamenta, sotto i piedi” spiega Anna Moro Lin.
Il significato che hanno i tappeti nelle tribù nomadi orientali, non oggetti d’arredo, ma struttura della tenda-abitazione dalla quale tengono lontani gli spiriti maligni, la suggestiona. Arrotolati, sono case mobili che conservano e portano verso nuovi orizzonti le storie individuali e di appartenenza a una determinata tribù di cui sono
Frammenti individuali di tempo e spazio, insieme hanno la vibrante e armoniosa bellezza di un quadro di Klee. Scritture divenute segni si intrecciano come fluidi vitali, e il narrato si trasforma in energia pulsante che miscela la sua forza con quella del colore con cui entra in contatto. “Come il fiume dell’esistere aggiunge alle cose le rughe del quotidiano, così, attraverso segreti processi alchemici di invecchiamento, maltratto la materia, la scalfisco, ne scoloro le tinte, fino a che l’effetto artificiale della tempesta del tempo non sia del tutto compiuto” e i tappeti della Moro Lin, delicati e resi flessibili dall’esperienza di vita, sono pronti. Diversi per forma e dimensione, accoglienti, uniscono narr-azioni e linguaggi in un universo di coabitazione feconda e palpitante di vicendevoli fermenti, richiami e sostegni, cromatici e concettuali. In infiniti intrecci, senza nodi, di terra e di cielo.
myriam zerbi
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