Intorno alla questione del tempo si interrogano pensatori e filosofi del nostro tempo, spesso nel sospetto di dibattere intorno ad un falso problema. In verità il tempo sarebbe lo stesso di sempre e ad un’accelerazione dei tempi reali inevitabilmente corrisponderebbe un rallentamento dei tempi interni dell’uomo.
L’arte, a sua volta, non ha mancato di contribuire al dibattito. Pensate solo al ricamo di Vezzoli o alle delicate e complesse installazioni di Hashimoto, fino alle lunghe attese delle performance della Beecroft, ma anche al film Arizona dream di Kusturica, per citare alcuni esempi senza scomodare un maestro vero delle generazioni attuali, il Beuys delle Olive Stones… e di tanto altro.
Paolo Bertocchi (Bologna ’68) lentamente costruisce attorno a sé un bozzolo per rinascere a nuova vita, Lorenzo Manfredi (Rovereto, Tn, ’75) espone tessuti logori ed usati, in fibre naturali o sintetiche, montati su strutture lignee: lavori di evidente fascino e però troppo vicini alla prassi di Lawrence Carroll per difenderne l’originalità. La collettiva è anche l’occasione per valutare i progressi di Beatrice Pasquali (Verona ’73), che contamina le sue note testine di cera con candida maiolica, quasi che la sua vena classificatoria e di scientifica misurazione anatomica stesse evolvendo verso direzioni postumane: se prima la maiolica si presentava in forma di protesi artificiale ora il processo di infezione sembra allargarsi producendo situazioni metamorfiche che dànno vita a misteriosi cloni umanoidi.
Di Nicola Renzi (Perugia ’72) ci aveva entusiasmato l’enorme “zampa” costruita con gli elastici gialli; un po’ meno lo fanno le opere presenti. Gli elastici stavolta sono multicolori ed ingabbiati in una rete metallica per una sorta di alfabeto cromatico oppure, in forma di fettuccia, avvolgono strettamente cilindri netallici deformandoli e giocando sui rapporti di forza e sulle tensioni energetiche. Nicola Toffolini (Udine ’75) conferma la vena mostrata a Bologna, con le macchine sonore in plexiglas che ospitano piantine di erba e circuiti fotovoltaici o sensori che attivano, in base all’intensità della luce o alla vicinanza
Simone Tosca (Cortemaggiore, Pc, ’74) dipinge a smalto frammenti irregolari di strutture non più riconoscibili. I lacerti sono spesso resi attivi da meccanismi che ne determinano movimenti illogici o circuiti stereofonici che aumentano il senso di spiazzamento: un’opera da rivedere per formulare un giudizio compiuto. Ma la vera novità della collettiva alla Bevilacqua è lo splendido Andrea Salvatori (Faenza ’75): omone di 1 e 90 che sembra uscito da un film italiano degli anni di piombo (tipo Milano violenta…). Capelli folti, baffoni e vestito di velluto scuro, da buon faentino usa le manone per modellare con cura certosina statuine di ceramica (porcellana e terraglia invetriata e colorata). Dà il meglio di sé quando interviene modificando soprammobili kitsch con le damine del ‘700 accompagnate a damerini aristocratici o puttini nobilmente vestiti. Ma i puttini giocano con la testa mozzata di un loro compagno, gli amanti si dilettano baciando un coccodrillo (!) ed una specie di Cappuccetto Rosso, allegramente distratta a cogliere fiori, non s’accorge della minacciosa presenza di un enorme grizzly a pois rossi alle sue spalle. Koons e Ontani sono dietro l’angolo, ma le sue brave carte da giocare questo artista le ha tutte: lo rivedremo presto a Bologna.
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