Accoglie la lezione più alta del divisionismo, separare e contrapporre, e nella scissione unire gli opposti, cercando e ottenendo una possibile sintesi: del mondo classico con gli oggetti del quotidiano (Icaro – 1996), dell’universo eroico con citazioni contemporanee (Itaca – 2000), dei luoghi della cultura con le icone della guerra, l’universo scarno e potente dell’iconografia antica su ridondanti pareti maculate.
Felice Levini comincia l’attività artistica a Roma in uno spazio (Sant’Agata dei Goti) che diventa luogo d’incontro per eventi artistici e serate di poesia. Qui comincia anche la sua ricerca sperimentale, un percorso che guarda al realismo ma prende il via dallo sdoppiamento delle immagini, un cosmo cangiante di possibili combinazioni nell’ambito del quale l’immagine prende forma e con essa il messaggio si compone. L’universo in cui il visitatore è accolto è un caleidoscopio di segni che hanno una sola semantica possibile: sacro e profano si mescolano, tracce d’antico e iconografia postindustriale coesistono, si avvicendano simultaneamente scorie del presente e residui del passato.
Questo è il messaggio che Levini ha proposto alla Galleria Eva Menzio di Torino, alla Biennale di Ankara, alla Biennale di Venezia, al Festival dei due mondi di Spoleto.
A Casa Cogollo, presso la Galleria Andrea Arte Contemporanea, troviamo dei lavori che tracciano per lo più la produzione recente dell’artista. La prima sala ospita un dipinto nero composto direttamente sulla parete qualche ora prima del vernissage. Il soggetto è un monumento che si trova vicino alla tomba di Napoleone, l’artista lo ha fotografato e lo ha proiettato come un’ombra sulla parete. Al nero di questo dipinto si contrappongono il bianco, il rosso e l’oro del dipinto successivo, in una resa che non mira alla ridondanza ma piuttosto all’essenzialità. Le parole di Celine citate nel quadro si sposano come al solito nella forma solo apparentemente del contrasto con le immagini rappresentate. Nella sala attigua campeggia invece Giocondo, che “cita – dice Paolo Dosa, il curatore della mostra – un po’ Napoleone, un po’ l’artista stesso e ovviamente la Gioconda leonardesca. I colori verde e rosso delle mani della figura sono una citazione del vivo sentimento d’italianità che anima l’artista”. Il dipinto in cui domina il blu è inserito in una cornice molto suggestiva in cui dominano il nero e l’argento.
Anche per questi lavori lo start è il valore performativo dell’arte, ma quello che attira e affabula il fruitore è una visione sottesa a tutti i dipinti dell’artista: le figure che esondano l’antico e invadono i dipinti accompagnate dagli oggetti del quotidiano inscenano sulla tela l’ultima danza, un rito pagano che respinge l’idea che antico e postmoderno siano contrapposti.
annabella ferrara
mostra visitata il 26 aprile 2004
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