Nessuna retorica, nessun concettualismo, la pittura si presenta con la sua semplicità cristallina: è l’epifania disarmante della natura, il suo svelamento agli occhi umani obnubilati dalla superbia che li aveva resi ciechi.
Quella di Leon Tarasewicz non è una storia, piuttosto una condizione, quella di uomo che ha scelto, essendo cresciuto in campagna a contatto quotidiano della natura, di rimanervi senza compromessi. Un rapporto puro ed esclusivo che ci toglie dall’impaccio di collocare Leon sullo scenario dell’arte contemporanea. Pretendere di trovarvi un posto all’artista polacco, che sembra muoversi in assoluta indipendenza, rifuggendo con estrema
Forse è per questo che viene alla mente la spensieratezza trasognata di quanti, alla scorsa Biennale, percorrevano avanti e indietro la terra colorata e solcata di Tarasewicz al padiglione polacco, vengono alla mente i bambini che si rincorrevano divertiti (finalmente), vengono in mente gli sguardi sconosciuti che si incontravano compiaciuti lungo i filari di Leon.
A Padova un grande trittico rosso su tela a trama sottile si apre con una vista a volo d’uccello su una piana di piccoli alberelli radi e scheletrici: impronte, orme che ci ricordano le cose del gruppo Origine, i pettini di Giuseppe Capogrossi o le forme di Riccardo Licata; di lì si procede con una serie di composizioni di piccole tavole 30×30, disposte a formare righe orizzontali o ampie gabbie rettangolari. Sono orizzonti cangianti o cieli e campi striati, incrostati di grandi mescole di colori a pasta densa che, seccandosi, ha
prodotto effetti accidentali diversi: talora sembra di vedervi rigagnoli che paiono lacrime, talaltra sono spaccature e screpolature di una terra arida e rossa. C’è una sorta di armonia e di ritmo nelle opere di Tarasewicz, le textures a gabbia riproducono le sequenze di filari e steccati, scandendo i tempi lenti dei piccoli mutamenti del paesaggio che in realtà corrispondono ad un eterno mutare e rigenerarsi. Ed è perciò che le opere di Leon non hanno un impianto classicamente narrativo, non hanno un inizio ed una fine o un ordine di lettura; sono piuttosto composizioni ad anello che tornano su loro stesse e si offrono ad una visione d’insieme estatica, attivando i meccanismi della suggestione e dell’associazione mnemonica.
Informazioni di mercato: le composizioni di Tarasewicz sono trattate in base al numero delle tele che le compongono. Quelle a 4 e 5 pannelli costano ca. € 2.500, mentre per la più grande composizione a 25 pannelli si sale a ca. € 12.500. Il Grande trittico su tela è trattato intorno ai € 15.000.
articoli correlati
Leon Tarasewicz alla Biennale di Venezia del 2001
La critica Barbara Rose stronca la Biennale di Venezia su Arte In… ma salva Leon
Alfredo Sigolo
Undici artisti, per raccontare i processi e i linguaggi della creatività: al via sui canali social di Schiavi e Cramum…
È morta a 88 anni Dóra Maurer, capostipite dell'arte concettuale ungherese e mitteleuropea. Con la fotografia, l'immagine il movimento e…
Alla Whitechapel Gallery di Londra, un’ampia mostra ripercorre l’articolata ricerca di Joy Gregory: oltre 250 opere, tra fotografia e video,…
Le mie figure non descrivono un contesto: si muovono in uno spazio mentale, spesso silenzioso, in cui corpo e volto…
L'Accademia di Francia a Roma e la Cineteca di Bologna dedicano ad Agnès Varda due grandi progetti espositivi, tra fotografia,…
Fino all’11 aprile, a Venezia, sarà visitabile Stage Presence, la personale di Alessandro Merlo che, fra fotografie e giochi da…