La videocamera riprende senza stacchi, organizza lunghi piani sequenza su personaggi anonimi eppure familiari, ritratti nella dimensione intima di un salotto qualsiasi, e con atteggiamento quasi documentaristico ne registra fedelmente i dialoghi. L’obiettivo stringe e poi allarga sui volti; le voci rimandano suoni di lingue straniere, a tratti incomprensibili, le posture e i gesti descritti dalle mani ne abbozzano i contenuti. Un puzzle di idiomi legati saldamente l’uno all’altro da pause e silenzi che si alternano alle parole. La videocamera riprende con logica cronologica, sequenziale come il tempo biologico della vita, senza montaggi o ridondanti figure retoriche. I minuti del girato sono i minuti stessi della vita.
Strutturalmente semplice e immediato l‘ultimo lavoro video di Mariateresa Sartori (Venezia, 1961), Tutte le pause del mondo (2006), è un’analisi para-scientifica –per citare le parole dell’artista- sui percorsi della comunicazione e sulle dinamiche sociali ad essa riconducibili; uno studio sui pieni e sui vuoti del dialogo, inteso come interspazio in costruzione tra individui. Le parole si susseguono in un colorato caleidoscopio babelico; privati della possibilità di comprendere ci si orienta verso spunti non-verbali, corporei. Il vuoto delle pause assume inaspettatamente consistenza propria, non dissonante assenza come sarebbe logico attendersi, ma completezza. Le pause vengono fatte coincidere con fermo-immagine scanditi da un cronometro che inarrestabile rimarca lo scorrere dei secondi, dilatando il silenzio e i suoi significati. L’artista, riprendendo un pensiero di Samuel Beckett, si chiede “quanti silenzi di tre secondi sono necessari per fare un silenzio totale di 24 ore”. Un’operazione quasi laboratoriale –potenzialmente scientifica- orientata però a risvolti artistici.
Il secondo spazio espositivo, poco lontano dalla galleria, ne raccoglie infatti l’intento estetico, esponendo lungo le pareti i tracciati audio dei dialoghi; le alternanze tra parlato e silenzi visualizzate dal nero su bianco appaiono più evidenti, come una pittura della voce in cui il suono si rafforza nella propria assenza, dando vita ad una sorta di (solo) apparente meta-comunicazione che è invece comunicazione totale. Il silenzio non come crepa ma come sottolineatura ponderata del pensiero, molto lontana dalla cultura dell’urlare e del parlarsi addosso, attraverso la quale gli individui recuperano la possibilità di avvicinarsi, ascoltarsi, riconoscersi, capirsi. Le pause, tutte le pause del mondo, sono momenti intimi ed introspettivi necessari per creare ponti tra interlocutori. Dello stesso drammaturgo irlandese viene in mente, per contrapposizione, il dialogo surreale di Winnie e Willie della piéce Happy Days, in cui un fitto e logorroico parlare non riesce a nascondere l’assenza di dialogo e la fragilità del rapporto di coppia. Come il bianco nella pittura ad acquerello riempie per assenza di colore così il silenzio riempie per sottrazione fino a diventare indispensabile base armonica e strutturale di ogni discorso e, per estensione, di ogni rapporto sociale.
gaetano salerno
mostra visitata il 17 agosto 2006
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