L’effetto che per primo suggestiona lo spettatore che entri nel salone della Basilica Palladiana è quello di trovarsi in un inaspettato sacrario o di assistere al posizionamento di una gigantesca misteriosa scacchiera di pedine statuarie, quasi che nella penombra, per un inganno ottico, un vortice ignoto abbia trascinato inspiegabilmente le pesanti sculture a disporsi nello spazio in muto colloquio attorno all’epicentro dell’attenzione, un alto velario bianco che richiude a tholos una ‘collezione’ di busti allestita per l’occasione con opere, tre le altre, di Wildt, Martini, Medardo Rosso, a ricreare atmosfere da studiolo o pensatoio erudito.
Il ‘sacro recinto’, il perimetro rettangolare della sala, concede una visuale allargata delle opere ma evita l’effetto confuso, di accumulo da wunderkammer o da gioco di collezionista ingordo; anzi in questo modo le sculture si offrono al meglio predisponendosi alla vista tridimensionalmente, permettendo così una piacevole visita peripatetica (e tattile) che avvicina alla loro materialità e al gesto dell’artista creatore.
Attraverso l’esposizione di opere realizzate tra la fine dell’Ottocento e gli anni ’60 del Novecento, l’intenzione di questa mostra è quella di sottolineare i momenti di passaggio e di rottura con la tradizione con cui quest’arte, spesso difficile e incompresa, si è affacciata alla sfida della modernità sfidando i valori formali affermati. Avviene così che sculture di Medardo Rosso si trovino accanto a quelle di Libero Andreotti, che nel suo segnare il passaggio dal Liberty alle forme severe del Novecento apre la strada a Romano Romanelli, Domenico Rambelli e Arturo Martini il quale a sua volta, per suggestione di innovazioni plastiche e modellazione delle superfici, diverrà un riferimento fondamentale per l’arte sintetica di Marino Marini, per l’ispirazione spirituale di Giacomo Manzù ed il virtuosismo di Francesco Messina.
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