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SPECIALE VENEZIA |

di - 1 Luglio 2017
Un altro evento collaterale in uno dei più celebri palazzi quattrocenteschi di Venezia. Siamo nel sestiere Dorsoduro, a pochi passi dalle Gallerie dell’Accademia, da Palazzo Cini e dalla collezione Peggy Guggenheim, nell’art district per eccellenza della città. 
Per capire chi sono i 21 artisti coinvolti e in cosa consiste il “Future Generation Art Prize”, bisogna fare un salto indietro al 2009, anno in cui il PinchukArtCentre e la Fondazione dell’imprenditore ucraino Victor Pinchuk istituiscono un premio rivolto ad artisti internazionali di età inferiore ai 35 anni, dove i partecipanti vengono valutati da una giuria internazionale e i cui principi sono fondati, citando lo statement della fondazione, “sull’idea di generosità e su criteri di selezione altamente democratica”.
Il vincitore del premio, l’artista Dineo Seshee Bopape (1981, Sud Africa) e la menzione speciale a Phoebe Boswell (1982, Kenya), sono state decise da un comitato di eccellenza, che annovera, tra i nomi più conosciuti, quello del direttore del Public Art Fund di New York Nicholas Baume e del direttore della 32esima Biennale di Sao Paolo, Jochen Volz.
Particolarmente riuscito il dialogo tra le opere di questi 21 artisti come pienamente rispettati sembrano i principi sopra citati: le installazioni che popolano gli ampi e scenici arredamenti del palazzo parlano di senso sociale, di attivismo politico, di diritti umani, di riflessioni sulle questioni politiche e civili della società contemporanea. C’è chi parla di femminismo come, appunto, Boswell, che con la sua installazione a microfono Mutumia ci invita a lasciare un messaggio, a raccontare la nostra storia di donne per darle una parvenza mitica, quasi eroica.
Phoebe Boswell (Kenya). Mutumia, 2016. Courtesy PinchukArtCentre
C’è chi invece, come la vincitrice Dineo Seshee Bopape, ricrea uno degli spazi più suggestivi del palazzo a mo’ di giardino delle delizie, dove le “delizie” sono minerali, cristalli, e oggetti naturali intrappolati nella viva terra scura che quasi fa da tappezzeria alla stanza. La Land Art in miniatura di Dineo indaga sul legame con la terra, nelle sue accezioni positive e negative, nel senso fisico e concettuale: il lavoro e l’impoverimento, il senso di appartenenza e l’emigrazione.
La statunitense Kameelah Janan Rasheed (1985) attraverso le sue installazioni testuali, ci mette a confronto per via di un linguaggio figurativo e letterale molto semplice ma d’impatto con temi ricorrenti del nostro presente, inevitabilmente connesso al nostro passato e futuro.
C’è poi la gigantesca installazione di Ibrahim Mahama (1987, Ghana). Ibrahim ha iniziato a lavorare come artista nel 2012 con Producing Occupations, una serie di installazioni itineranti realizzate in collaborazione con le comunità migranti utilizzando materiali industriali, come i sacchi di fibre di iuta utilizzati per trasportare vari prodotti. Ancora una volta Mahama affronta i temi della migrazione, ricollocando nella sua installazione Non Orientable Nkansa II. 1901-2030 oggetti comuni quanto destabilizzanti: scatole di scarpe, borse, ciabatte. Oggetti di uso quotidiano che incarnano storie personali e lotte individuali, che qui diventano metafora dell’attuale crisi storica e globale.
L’opera di Ibrahim, come molte altre in mostra, sono la risposta o per lo meno il tentativo di rispondere all’esigenza dell’artista di avere un ruolo sociale, offrendo visioni fantastiche ma anche volte a sostenere il cambiamento.

Carla Ingrasciotta
Fino al 13 agosto 2017
Future Generation Art Prize
A cura di Björn Geldhof
Palazzo Contarini Polignac
Dorsoduro 874, Venezia
www.futuregenerationartprize.org

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