A 2 anni dalla grande mostra del Museo Pecci, Araki fa il bis in Italia al Padiglione Italia con una mostra di ben 2.800 fotografie che ricapitola molto del lavoro e della personalità dell’artista considerato unanimemente uno dei maestri dell’arte attuale, nonché uno dei responsabili principali del boom della fotografia degli ultimi 20 anni, tecnica prima ritenuta minore e che oggi si ritrova completamente sdoganata e degnamente rappresentata sul mercato e nei musei di tutto il mondo.
La mostra è articolata e divisa in varie sezioni:
Ryu u seki è il titolo di un mosaico costruito con 300 immagini di Tokyo, mentre Polaeroid è un’istallazione di quasi 2000 polaroid stese a coprire un tavolo a ferro di cavallo. Sono tutte le donne di Araki, una sequenza sterminata di personaggi femminili ripresi in situazioni, posture e atteggiamenti infiniti. E’ forse da questa folle teoria di corpi e volti femminili che esce la vera anima di Araki, il fotografo che dichiara di vedere il mondo solo attraverso l’obiettivo, di ritrarre le donne con la vana illusione di comprenderne la natura più profonda, di perseguire inutilmente la condizione di ermafrodito per poter finalmente raggiungere questa conoscenza, di amare Venezia (lui che a Tokyo si sente protetto come nell’utero materno) ma per le sue donne. Sono queste alcune delle dichiarazioni rilasciate a Filippo Maggia, curatore della mostra, in una lunga intervista registrata ed in visione.
Altri due video sono proposti proiettati su pareti opposte e mostrano, rispettivamente, l’artista in soggiorno oltreoceano e mentre passeggia nella notte di Tokyo. Significativo è notare come Araki si mostri ugualmente entusiasta ed incuriosito all’estero come nella sua Tokyo, freneticamente intento a fotografare qualsiasi cosa attragga la sua attenzione: per natura immune dalla condizione di indifferenza nei confronti della quotidianità, egli registra i piccoli mutamenti della realtà che lo circonda.
E il suicidio è un tema con il quale Araki si è confrontato. “Sia la tua bellezza perfetta quanto la tua infelicità” scriveva lo scrittore e sceneggiatore Yukio Mishima (morto secondo il rito del Seppuku, il suicido rituale): nella serie Suicidio in Karuizawa Araki reinterpreta questa visione escatologica in cui la morte sconfigge la natura effimera della bellezza rendendola eterna ed assoluta. Le sue bellissime donne giacciono cadaveri, le carni bianchissime percorse appena da un rivolo di sangue.
La mostra ai Giardini si conclude con i 26 dittici di Tokyo Nude, in cui le donne sono associate a vedute e scorci della capitale giapponese; tra i 2 si instaura un rapporto di attrazione ed empatia (per citare Worringer) che si risolve in un’armonica astrazione di pura bellezza.
Nella parte allestita alla Querini Stampalia sono proposti invece la storica serie Jeanne D’Araki (1965), lavoro ispirato dal cinema neorealista italiano e dalla nouvelle vague francese nel quale Araki approfondisce la ricerca sulla storia di Giovanna d’Arco e Viaggio sentimentale, primo lavoro documentarista ed
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Giusto, Charles Aznavour. Grazie e scusate per l'errore.
A parte il sempre splendido Sig, Com'è triste Venezia non la cantava Iglesias (che si scrive così...)
"astrazione", Alf, non "attrazione", ti prego...
Abstraktion und Einfuehlung, 1907.