Nel 2002, Splendid’s debutta in veste di rappresentazione teatrale: le stanze di innumerevoli alberghi, italiani ed europei, ospitano gli ultimi istanti di euforia di sette gangster, che tengono in ostaggio una ricca americana.
Mossi dallo spirito dei circuiti indipendenti, dalla cooperazione e dalla collaborazione, che non si trovano abitualmente nei circuiti della produzione cinematografica, i Motus portano il teatro in hotel, il palcoscenico al cinema ed il set in scena. Così, ispirati da Splendid’s (1948) di Jean Genet, lo trasformano (due anni dopo l’esordio in teatro) in un mediometraggio.
Come ogni buona tradizione che si rispetti, anche la videoproiezione di Splendid’s, nell’ambito del Festival Internazionale di Teatro e Danza – Apritiscena (Crema), avviene rigorosamente in un hotel, dove i tendaggi rosa antico e i divanetti che accolgono gli spettatori sono il doppio di quelli che circondano gli attori sul set.
Il grande merito di aver reso film questo spettacolo teatrale sta nell’aver regalato allo spettatore una visione più intima e più complice: non solo uno sguardo frontale, un’unica prospettiva, ma una visione a tutto tondo che non si accontenta di accompagnare i corpi degli attori, ma ruota loro attorno, li insegue.
E li aiuta, anche, rendendosi dispositivo-testimone attraverso quell’unico sguardo in macchina di tutto il film, in cui l’attore interpella chi guarda e gli ricorda il suo status privilegiato di spettatore. A favore o contro, ma comunque complice, per il solo fatto di vedere, di guardare, di aspettare una fine.
La suspence, ben sostenuta, è un’euforia malsana che tende a coinvolgere, che rapisce l’occhio della telecamera, che guarda tutti da vicino. Una telecamera che danza leggera in compagnia dei sette del gruppo, segue i loro passi, i loro incontri, gli eccessi di grida, di protagonismo. Non li lascia soli un attimo. Moltiplica i punti di vista, in compagnia degli specchi, delle luci, in forme e movimenti che sono sempre eccessivi, sempre troppo vistosi, barocchi. Perfettamente intonati all’ambiente, alle vite che si stanno raccontando.
Questo sguardo, che sta addosso all’attore, è come la sua stessa condanna. Come se fosse esso stesso un modo per condannarne i crimini. Ed è infatti lei – la telecamera – ad aspettare il gangster/ballerina quando decide di arrendersi, di interrompere le danze, i virtuosismi. Con esplicita ironia e svelandoci il dispositivo stesso del fare cinema, esce allo scoperto e spezza l’assedio.
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Una nota su Splendid’s
silvia scaravaggi
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