Estate, tempo di selfie. Ma questa volta, per la nostra agenda di mostre da non perdere in questi caldi mesi di vacanza, proponiamo un’artista che ha fatto dell’autoscatto una cifra stilistica. Si tratta di Cindy Sherman, alla quale la National Portrait Gallery di Londra ha dedicato un’ampia mostra antologica, incentrata sul concetto dell’autorappresentazione come critica sociale e visitabile fino al 15 settembre.
In una società in cui la tecnologia ci incoraggia sempre più a comunicare in modalità selfie, non può certo stupire che l’autoritratto venga visto come un linguaggio che ci rappresenta e a cui ci possiamo facilmente relazionare. Pertanto, non sorprende la popolarità di un’artista come Cindy Sherman che, attraverso questo genere, ha stabilito la sua posizione di icona dell’arte contemporanea internazionale.
Osservando la sua vasta collezione di opere, l’enfasi sull’autoritratto per quasi cinque decadi di lavoro può apparire alquanto ossessiva oppure, con uno sguardo più cinico, il prodotto di un mercato internazionale che ha reso queste opere quotatissime e ne ha privilegiato l’esposizione. Ma c’è una chiave di lettura che sottolinea la continua originalità di quest’artista: la performatività. Approcciare alle sue opere come lavori prettamente fotografici ne limiterebbe l’importanza.
Dalle prime serie, come Murder Mystery People alle più recenti come Flappers, la capacità camaleontica di Sherman non sta solo negli effetti speciali o nel trucco: c’è una profondità in ogni personaggio, un sottotesto che rende ogni figura volutamente ambigua, tragicomica.
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