Categorie: altrecittà

A confronto con il passato. Senza perdere

di - 4 Agosto 2016
“Che il vero possa confutare il falso” è l’intrigante titolo della mostra, a cura di Luigi Fassi e Alberto Salvadori, allestita in tre spazi straordinari di Siena: Santa Maria della Scala, Palazzo Pubblico e l’Accademia dei Fisiocritici (fino al 15 ottobre). Si tratta di una mostra che svela, secondo precise scelte curatoriali, la collezione di Giorgio e Anna Fasol (Agiverona Collection), all’interno del progetto Itinera dell’Associazione Fuoricampo con la promozione del Comune di Siena.
La collezione Agiverona, nata negli anni Sessanta, si concentra dagli anni Ottanta sul lavoro di giovani artisti internazionali con l’obiettivo di promuoverne e sostenerne progetti e ricerche e, a lungo temine, di finanziare l’apertura di uno spazio di fruizione e formazione legato all’arte contemporanea. Tra le caratteristiche che mettono in luce la sensibilità e l’intuito dei promotori della grande collezione vi è la presenza di opere la cui data di creazione coincide con quella di acquisizione. Come nel 1991 per l’acquisto di Cattelan, nel 1999 di Jim Lambie, nel 2000 di Adel Abdessamed e di Chen Zhen o del primo video di Anri Sala, nel 2001 di Subodh Gupta, nel 2003 di Tino Sehgal, nel 2004 di Simon Starling, nel 2008, di Susan Phillips, nel 2012 di Vanessa Safavi e Ibrahim Mahama. Ideato invece dalla associazione FuoriCampo  il progetto Itinera, che ha come obiettivo il supporto alle giovani generazioni attraverso lo scambio e la mobilità di artisti e operatori culturali tra la Toscana e il Belgio e che intende rinnovare, in chiave contemporanea, la relazione tra la pittura fiamminga ed il mondo rinascimentale toscano. Nel mezzo invece c’è il Comune di Siena che, governato da un flusso di turisti internazionali sulle cui aspettative non è stata forse ancora fatta un’indagine aggiornata, si muove incerto tra crisi finanziarie e bancarie. Crisi che, volenti o nolenti, sollecitano una più profonda e radicale riflessione sull’eredità che il passato ci ha consegnato e che il presente ci chiede di interpretare, tutelare e soprattutto proseguire.

In questa direzione visitare la mostra è come riflettere sul suo titolo “che il vero possa confutare il falso”: tra le antiche mura delle sedi coinvolte le opere contemporanee sembrano di volta in volta spaurirsi o aggredirci ma anche accarezzarci o blandirci come il canto di una sirena capace di sussurrare alle nostre orecchie che solo la consapevolezza del presente ci permette di osservare il nostro passato con occhi sgranati e pieni di meraviglia. Così, davanti alla Maestà di Simone Martini ci raggiunge il canto di Susan Phillips come un richiamo dolce e inquietante, così come il migrante di Adrian Paci che sulle spalle porta il suo tetto ci ricorda la storia fatta di viandanti e pellegrini di Santa Maria della Scala. Lasciamo allora che siano Daniele Pitteri, neo-direttore di Santa Maria della Scala e Giorgio Fasol, amico degli artisti, coraggioso talent scout e promotore di una collezione internazionale, a rispondere a una domanda, diversa nella formalizzazione ma uguale e contraria nel contenuto.

Che il vero possa confutare il falso è la mostra oggi allestita in 3 prestigiosi spazi di Siena. La sezione principale trova casa proprio in Santa Maria della Scala, secondo un progetto forse precedente la tua chiamata a direttore. Quale è la tua riflessione su questa iniziativa e che tipo di relazione immagini tra Santa Maria della Scala e la contemporaneità?
Daniele Pitteri: «”Che il vero possa confutare il falso” è parte di un progetto più ampio suddiviso in due parti, la prima realizzata nel 2015 e la seconda prevista nel 2016, senza tuttavia alcuna certezza di realizzazione. Quando in febbraio ho assunto la direzione di Santa Maria della Scala, l’ipotesi progettuale della mostra era ancora incerta, se non addirittura in una fase di arresto. L’idea che le aree monumentali di un luogo come Santa Maria potessero dialogare con forme di espressività contemporanea mi ha subito intrigato facilitando un clima collaborativo e dialogico sia con Fuoricampo che con Giorgio Fasol. È grazie a questo clima che si sono create le condizioni operative, curatoriali ed economiche che hanno consentito la realizzazione della mostra. Per la parte di mia competenza ho voluto sottolineare due necessità fondamentali, raccolte da curatori: che la mostra fosse collocata in un’area concentrata del museo, ai fini della sua compattezza espressiva e di una migliore intellegibilità per i visitatori; che la collocazione delle opere fosse orientata a determinare un dialogo e una relazione con gli ambienti in cui venivano collocate. E qui veniamo al rapporto di Santa Maria con la contemporaneità. Si tratta di un luogo nato circa ottocento anni fa che, in questo enorme arco di tempo, ha vissuto continue trasformazioni sotto il profilo architettonico e funzionale. Anche quando è stato l’ospedale di Siena non è mai rimasto uguale a se stesso, ma ha invece proseguito la sua complessa trasformazione. Santa Maria della Scala è quindi “un luogo che è stato per centinaia di anni costantemente contemporaneo”. Penso che questa vocazione alla contemporaneità non debba perdersi perché è parte integrante della sua memoria e identità. Fermare il tempo di uno spazio che è stato una macchina del tempo, mi appare come un ossimoro culturale. Santa Maria della Scala, inoltre, ha costituito sin dalla sua fondazione il punto di sutura e collegamento fra Siena e il resto del mondo: collocato com’è sulla via Francigena, nasce come luogo di accoglienza di genti provenienti da tutto il continente, con culture e linguaggi diversi. Ciò è l’elemento identitario del luogo che non va perduto ma addirittura riaffermato e rilanciato. Questo in sintesi il ragionamento generale. In senso particolare, ossia nel rapporto con le arti contemporanee, ritengo che questi elementi identitari non debbano essere sviliti. Non posso pensare Santa Maria come un contenitore, come uno tra gli spazi che ospitano la contemporaneità. Debbo e voglio pensarlo come uno spazio che determina contemporaneità. Ciò significa che qui dovranno sbocciare progetti pensati ad hoc per il luogo e quindi che nel futuro, fermo restando che mostre di taglio più tradizionale si potranno fare in aree specifiche e deputate ad attività temporanee, “il Santa Maria” dovrà produrre solo attività site-specific. Se vogliamo che il passato dialoghi col presente  – e magari con il futuro –  è necessario creare oggi le condizioni di questo dialogo. Non possiamo lavorare, come d’altra parte si fa in molti luoghi del mondo, operando soltanto una contrapposizione fra passato e presente. Dobbiamo creare una relazione vera e per farlo credo che l’unica via possibile sia quella di pensare le aree monumentali come parte integrante di opere d’arte contemporanea».

“Che il vero possa confutare il falso” è la mostra che attinge dalla vostra collezione per essere accolta in tre prestigiosi spazi di Siena: Palazzo Pubblico, Santa Maria della Scala e i Fisiocritici. Perché, in questi tempi difficili, la scelta di fare una mostra proprio a Siena? Quale è il motore che ti muove non solo nella ricerca tra senso e bellezza, ma anche nel tuo desiderio di condivisione?
Giorgio Fasol: «Si tratta di un progetto, proposto dell’associazione Fuoricampo, che mi ha subito affascinato. Amo molto Siena e credo non vi sia nulla da spiegare circa questo amore incondizionato. Anche gli spazi nei quali le opere contemporanee sono accolte sono stati determinanti, per senso e valore, nella scelta di condividere e impegnarmi per questo progetto. Per quanto mi riguarda poi ignoranza, consapevolezza e ricerca sono le tre fasi che caratterizzano il mio percorso e la mia crescita “da collezionista”. Passione e conoscenza sono alla base di tutto, mi piace rischiare, scommettere sui giovani artisti, lasciarmi coinvolgere dal colpo di fulmine oltre ogni ragionevole dubbio. Viaggio molto, i chilometri percorsi sono oramai incalcolabili, ma l’adrenalina mi permette di non essere mai stanco, di restare attento, vigile e curioso, sempre».
Paola Tognon

Laureata e specializzata in storia dell’arte, docente, critica e curatrice. Mi interessa leggere, guardare, scrivere e viaggiare, fare talent scout, ascoltare gli artisti che si raccontano, seguire progetti e mostre, visitare musei e spazi alternativi, intrecciare le discipline e le generazioni, raggiungere missions impossible. Fondo e dirigo Contemporary Locus.

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