Nell’Ambito della IV settimana della Cultura, ad Apricena in provincia di Foggia, si è svolta la terza edizione della manifestazione ”Scarti” a cura di Domenico Potenza e Francesco Granito. Evento di particolare rilievo è stato la nascita del Il Centro Permanente di Prima Accoglienza Culturale, grazie alla ristrutturazione di due vecchie abitazioni in stato di abbandono – ultima di un progetto più ampio sull’esempio di Fuoriuso a Pescara, dopo quelle dell’ex macello e del mercato coperto tra 2001 e 2002 – luogo ormai ottimizzato per l’accoglienza di mostre, manifestazioni musicali, teatrali, laboratori e di chiunque voglia cimentarsi nella “produzione di cultura”.
Tra gli appuntamenti in programma, grande interesse per il laboratorio “Dalla Cava al Mosaico”, a cura di Dario Quitadamo e Oriana Casparrini, docenti specializzati presso la Scuola del Mosaico della Soprintendenza di Ravenna, che hanno insegnato ad impiegare le cosidette “tarsie” (tessere ricavate dallo scarto di lavorazione della pietra di Apricena) e la mostra “Aperture” di Francesco Granito, saggio dell’evento settembrino che riunirà altri artisti locali.
Momento alto, l’incontro-dibattito: “Scarti urbani. Nuovi luoghi per l’Arte e l’Architettura contemporanee” con approfondimenti di Mirella Casamassima, critico d’arte e docente di Storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Bari e Amerigo Restucci, docente di storia dell’architettura alla Ca’ Foscari di Venezia e consigliere di amministrazione della Biennale.
La relazione del critico d’arte barese ha visto un excursus di esempi di strutture adibite ad accogliere il contemporaneo, dal modello museografico e museologico per eccellenza perché costruito appositamente per ospitare una collezione d’arte (il Salomon Guggenheim di Wright degli anni ’50) ad altre tipologie più recenti, come il Castello di Rivoli (edificio settecentesco di Iuvarra che, dalla direzione di Rudy Fuchs nell’’84 vive il contrasto efficace e suggestivo tra antico e contemporaneo) all’adattamento a museo dell’arte del secondo ‘800 della Gare d’Orsay di Parigi a cura dell’architetto italiano Gae Aulenti. Dalla Tate Modern a Londra (nata sui resti di una dismessa centrale elettrica) all’ex seccatoi del tabacco a Città di Castello (prima utilizzati come atelier di Burri, oggi Museo monografico dell’artista scomparso). E poi gli interventi ad Ivry sur Seine, vicino Parigi, dell’Usines Berthaux che ristrutturano edifici di archeologia industriale vendendole a prezzi popolari come atelier per artisti; gli esempi romani del Macro -nella ex birreria Peroni- e del MAXXI -nell’ex caserma Montello su progetto di Zaha Hadid– la cava a Matera acquistata da Antonio Paradiso e divenuta luogo espositivo, fino al riuso di alberghi abbandonati (Ferrotel a Pescara e l’iniziativa di Presti in Sicilia per l’ Atelier sul mare, con stanze affidate al linguaggio di artisti da Mainolfi a Ceroli).
Restucci ha preferito porre attenzione alla situazione meridionale, criticando l’iniziativa di trasferimento di costole della Biennale al sud, intuendo in tali operazioni un’impronta colonialistica: più interessante sarebbe stato accompagnarvi artisti locali, destinando mezzi e risorse anche alla valorizzazione di spazi espositivi alternativi, con un chiaro riferimento alle cave di Apricena.
La manifestazione ha nuovamente fatto prendere atto che in Puglia non esistono solo tesori artistici o paesaggistici; le risorse umane e le strutture non mancano e sono a disposizione di chi ne voglia fare un uso intelligente. Quello di Apricena, un piccolo centro, ne è l’esempio.
L’invito quindi ad incentivare il riutilizzo dei numerosi spazi abbandonati, specie i resti di archeologia industriale, anziché abbatterli per speculazioni edilizie, come spesso inesorabilmente avviene.
giusy caroppo
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