La mostra curata dal dott. Franco Moro e da Gemme Eventi e voluta da De Agostini Rizzoli “Arte & Cultura”, nasce con l’intento di portare il visitatore nel cuore del mondo campestre.
Attraverso temi ricorrenti della vita in campagna: caccia, lavoro nei campi, le stagioni, feste, banchetti e giochi, non mancano i riferimenti alla mitologia in una serie di quadri che rappresentano il mondo fantastico e poetico del mito greco immerso nei piaceri della vita all’aperto.
Partite di scacchi (dipinto di Paris Bordone) e “Giocatori di carte all’aperto” dell’olandese Michael Sweerts, circondati da giovani contadinelle che offrono fiori a dame e gentiluomini. Merende e colazioni all’aperto dopo passeggiate a cavallo o in calesse.
Si tratta per lo più di capolavori “inediti”, nel senso che escono finalmente dai depositi dei musei: dalla Galleria Barberini o dalla Borghese di Roma, dal Kunsthistorisches Museum di Vienna o da Brera o dal Castello Sforzesco di Milano o dall’Accademia Carrara di Bergamo o dalle massime collezioni nazionali e internazionali.
L’esposizione si articola lungo otto sezioni: la prima mette in evidenza la centralità dell’uomo rispetto al paesaggio e alla natura per poi sviluppare il tema dell’intrattenimento campestre: concerti, feste, passeggiate…
Un ampio spazio dedicato alla caccia, principale attività ludica, sportive e di sopravvivenza per popolani e signori. Accanto ai ritratti di cacciatori e quadri di nature morte una rara collezione di armi: fucili, archibugi, provenienti dal Museo delle Armi Beretta e dalla raccolta Odescalchi e dal Museo di Palazzo Venezia.
Certo non tutti i nobili potevano vantare un’eccellente mira: di Ferdinando IV l’imperatrice di Vienna affermò” Ferdinando oltre ad essere maleducatissimo e sporcaccione, si crede un gran cacciatore, ma non ci becca mai!”
Quando il re andava a caccia, i compagni di battuta, conoscendo bene la sua mira sbilenca, erano soliti buttarsi a terra per evitare di ricevere un pallettone.
Oltre a queste simpatiche curiosità, in mostra anche magnifici costumi settecenteschi che mostrano la cura con cui i signori dell’epoca si preparavano per le loro battute di caccia.
Uno dei pezzi forti della mostra è l’opera di Luca Giordano, il genio del barocco, “Cacciatore e selvaggina”. Per il quadro Giordano ingaggiò il fiammingo De Koenick per la raffigurazione del cinghiale e le altre bestie morte. Di Giordano invece le figure umane, i contorni del paesaggio, i colori della scena, la morale della storia.
Scene analoghe i quadri firmati nel ‘600 da Antonio Tempesta, da Carlo Cane e dal tedesco Schoenfeld. Di quest’ultimo un cacciatore seduto fra i ruderi romani mentre serve, in una coppa di cristallo, del vino a una dama: ai loro piedi un levriero.
La quarta sezione è dedicata alle “fatiche” del mondo campestre, i lavori dei pastori, dei contadini e dei pescatori.
La mostra si conclude con una serie di pitture in cui la protagonista diventa la campagna con i suoi paesaggi, fiori e frutti, narrata attraverso i miti greci.
Due i dipinti esposti di Enrico Albricci: “La partenza di Proserpina” e “Il ritorno di Proserpina”; e ancora di Paolo Fiammingo “Divinità in un paesaggio”: Apollo, Venere, Giove, Flora e Cerere in mezzo a un campo di meloni, pere, uova.
Un’esposizione quindi trasversale che documenta l’evoluzione tecnologica e i cambiamenti del costume relativi al periodo tra il 500 e la fine del 700.
Cristiana Margiacchi
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